L’abracadabra di Conte
In Italia si muore per le malattie, di vecchiaia e di retorica. La retorica italiana è mortale. Il presidente del Consiglio,
che appare ormai in televisione per i suoi discorsi alla nazione
italiana ogni tre giorni, come se fosse Massimo Giletti o Amadeus, ha
una capacità retorica molto, molto bassa. L’altra sera è riuscito a
parlare di “potenza di fuoco”, di “provvedimento poderoso”, di “ritorno della primavera” e ha perfino usato un luogo biblico, naturalmente stravolgendolo e sbagliandolo in modo grossolano.
E, tuttavia, ha ragione lui. Sì, ha ragione lui, perché il momento è
quello che è e non è il caso di mettersi a fare la maestrina con la
penna rossa. Ciò che colpisce, però, della potenza di fuoco del
vocabolario del professor Conte è la sua anemia. Le sue parole sono
stanche e insieme pompose e, soprattutto, ripetitive e suonano un po’
come il verso del somarello che si loda da solo. Che grande differenza
che c’è tra questo sir Winston di Volturara Appula e la regina
Elisabetta che con grande sobrietà nei modi, nelle parole e nei tempi si
è rivolta agli inglesi e alla nazione con semplicità, verità, umanità.
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