«I talebani hanno detto che lasceranno lavorare e studiare le donne. Ci credo? Non lo so.
So solo che un gruppo di ragazze di Herat che conosco, una volta caduta la città, sono andate dal rappresentante locale degli studenti coranici e gli hanno chiesto rassicurazioni. Ma lui ha negato loro il permesso di fare qualunque cosa. Compreso andare all’università o a lavorare». Mahbouba Seraj è una delle attiviste più note in Afghanistan. Ha 73 anni e ne ha viste tante. «Sono angosciata ma non dimentichiamoci che queste donne oggi sono lasciate sole da coloro che dicevano di volerle liberare», spiega al Corriere.
Intanto restano nascoste in un luogo segreto le due sorelle di Kabul che hanno raccontato al Corriere nelle scorse ore il timore di essere inserite nelle liste delle donne single
che, si vocifera, i talebani stiano stilando andando porta per porta.
Aspettano che qualcuno le aiuti. E mentre la catena di solidarietà prova
ad attivarsi cercando di farle uscire dal Paese una studentessa
dell’Università di Kabul — la stessa su cui i talebani hanno issato la
bandiera bianca — scrive sul Guardian: «Oggi, mentre tornavo a casa, ho dato un’occhiata al salone di bellezza dove andavo per la manicure. La
facciata del negozio, che era decorata con bellissime foto di ragazze,
era stata imbiancata durante la notte». E ancora: «Per tutta la vita ho
combattuto contro l’immagine della donna afghana come una figura senza
volto ricoperta da un panno blu. Non avrei mai pensato di indossarne
uno», spiega mentre la fila a Kabul e Herat per comprare il burqa si
allunga.
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