Sullo scrivere bene: scritto e memoria nel 'Fedro' di Platone
Filosofia significa arrestarsi, arrestarsi per pensare, per porsi
domande nate dalla curiosità e dal dubbio. Ricostruire le domande e
mettere in luce le risposte date dagli antichi filosofi agli
interrogativi nati dalla riflessione non esime, ovviamente, gli inquieti
ricercatori moderni dal loro personale lavoro di analisi.
Risalire però
al passato è compito fondamentale perché ci istruisce su come problemi,
ancora attuali, sono stati a suo tempo sollevati e impostati. Ci
illumina soprattutto sulle strade che sono state battute per conseguire
risposte soddisfacenti. In termini preziosi ci mette in guardia dai
tentativi falliti, mentre ci confortano e ci inorgogliscono i successi
raggiunti. È sulla scorta di queste pur brevi considerazioni che oggi
vogliamo affrontare il duplice problema della corretta e felice
composizione di un testo scritto e del rapporto che intercorre fra lo
scritto e la memoria. Domande sollevate da Platone nel Fedro.
Se non il
dialogo più riuscito, per certo fra quelli più amati per la bellezza dei
suoi discorsi, per la potenza delle immagini, per la ricchezza del suo
contenuto. Il Fedro contiene infatti mirabilmente riuniti in sé tutti i
temi più importanti del pensiero di Platone. Qui, data la sede,
ovviamente non è oggetto di analisi integrale, avendo optato per la
duplice scelta dianzi accennata. Come ogni scelta, quella compiuta ha
natura del tutto soggettiva. Sembra, tuttavia a noi che l’opzione
prescelta non sia del tutto arbitraria, a motivo che i due problemi, sui
quali intendiamo intrattenerci, sono per certo ancora oggi
particolarmente interessanti, oltre che sicuramente molto attuali.
Il
tema di come si debba comporre un testo scritto è impostato da Platone
con un pretesto, la critica che un politico ateniese avrebbe rivolto a
Lisia, insultato perché “logografo”, ossia scrittore di discorsi, come
se il fatto stesso dello scrivere fosse in sé riprovevole (257c).
Socrate, nella sua confutazione, ha buon gioco nell’osservare che sono
“proprio i politici più superbi” quelli che scrivono discorsi “per
lasciarli dietro di sé” (257e). Dunque, “scrivere discorsi non è di per
sé sconveniente” (258d). Secondo Socrate, il vero problema è invece
quello di scrivere male o bene: “sconveniente credo che sia piuttosto
scrivere o parlare non bene, ma male, in modo sconveniente” (258d).
L’indagine, secondo Socrate, si sposta allora su “come dire e scrivere
bene un discorso e come male” (259e).
L’attenzione di Socrate si
concentra innanzitutto sul contenuto del discorso che, nel suo pensiero,
si risolve in una indagine tecnica in aperta polemica con i sofisti.
Per costoro la verità è sostanzialmente irraggiungibile. Rimanendo
sconosciuta la verità, secondo i sofisti, non resterebbe altro che la
persuasione (261a – b). Un discorso ben fatto, secondo questo punto di
vista, sarebbe allora solo quello capace di convincere un uditorio. Per
il che non sarebbe dunque punto necessario fare appello a ciò che è
realmente giusto, potendo all’opposto essere più che sufficiente
ancorarsi a ciò che ritiene giusto la massa di chi giudicherà il
discorso. In estrema sintesi, secondo i sofisti, non ciò che è realmente
buono o cattivo, ma ciò che sembrerà tale sarebbe dunque la stella
polare per comporre un discorso di successo. Avverso codesta veduta che
spaccia “il male come se fosse bene” (260c), Socrate per contro sostiene
che la persuasione, come risultato del discorso, non è affatto
sufficiente per rendere un discorso degno di approvazione. Solo chi
conosce ciò di cui sta per parlare è infatti in grado di persuadere
(261e; 262c). Altrimenti si ingannerebbe per primo chi ne fosse
sprovvisto all’atto di prendere la parola. Da qui la conclusione che
verità e persuasione vanno insieme, fermo rimanendo che la verità è la
vera artefice della persuasione. “Una vera tecnica della parola che non
sia legata alla verità, né c’è né mai ci sarà” (260e).
L’equiparazione
fra verità e persuasione permette poi a Socrate di affermare la piena
identificazione fra la filosofia, come artefice della verità, e la
retorica, come tecnica della parola, che, nell’ottica socratica, non
sono dunque due discipline distinte per avere oggetti diversi, ma
un’unica disciplina stante la loro perfetta coincidenza. Sicché non c’è
retorica senza filosofia perché la retorica è filosofia e la filosofia è
retorica. In questa veduta, com’è ovvio, assume poi una decisiva
importanza la dialettica. Dall’analisi del contenuto, secondo Socrate,
non va poi disgiunta quella formale del testo. Se un discorso non fa
chiarezza in ordine alle cose di cui discute, esso risulta del tutto
mediocre. Come appunto, agli occhi di Socrate, si è rivelato il discorso
di Lisia proprio perché non in grado di fare chiarezza in ordine
all’argomento trattato: il tema, decisivo, dell’ἔρως. Socrate, in
generale, sostiene che il discorso non può essere “buttato giù” alla
rinfusa.
Con una celebre metafora spesso ripetuta nei dialoghi, secondo
Socrate, “ogni discorso” deve “essere composto come un organismo
vivente; deve avere un corpo suo proprio che non manchi né di una testa
né dei piedi; piuttosto deve avere delle parti centrali e delle
estremità, scritte in modo adeguato l’una all’altra e con l’insieme”
(264c). Platone, in molti suoi scritti, insiste sul ruolo della memoria.
Così, ad esempio, nel Filebo, sottolinea, in particolare, la felicità
che la memoria procura riesumando bei ricordi. Nel Fedro, Platone si
occupa invece della memoria da altro profilo. In questo dialogo si
interroga infatti in merito al rapporto che intercorre fra lo scritto e
la memoria. In specifico, la domanda verte sul punto se lo scritto aiuta
a ricordare o se, invece, il testo scritto si risolve in una fonte
d’oblio. Platone introduce l’argomento con un mito probabilmente frutto
della sua stessa fantasia. Ci narra così che, nell’antico Egitto – luogo
di sapienza arcaica – un demone chiamato Theuth – secondo la
maggioranza degli studiosi prestanome di Prometeo – avrebbe, fra le
altre tecniche, inventato pure la scrittura, per offrire aiuto alla
debole memoria. In quanto tale, l’avrebbe poi offerta in vendita a
Thamous, re del paese. Questi, dopo avere attentamente ascoltato gli
argomenti addotti da Theuth a favore della scrittura (273d), si oppone
però recisamente all’acquisto, sostenendo che la scrittura, invece di
essere un aiuto per la memoria, finirebbe, all’opposto, per produrre
l’effetto contrario, ossia di perderla.
Utilizzando lo scritto come
ausilio, secondo il monarca, si finirebbe infatti per trascurare proprio
la memoria, posto che quest’ultima richiede invece propriamente un
esercizio “dall’interno di se stessi” (275a). Il rifiuto viene
definitivamente motivato dal fatto che la scrittura, lungi dall’aiutare
la memoria, può, invece, solo aiutarla a ricordare ciò che già si sa.
Quanto dire, altrimenti, che allo scritto può essere riconosciuta solo
una funzione vicaria rammemorativa, senza essere, però, ancora memoria
vera quella del soggetto che ricorda senza recuperare, insieme alle
parole, pure ciò che già conosce.
La parola greca farmacon – utilizzata
dall’inventore per presentare la scrittura come un “rimedio” per
rafforzare la memoria nella sua debolezza – a riprova della ambivalenza
del vocabolo nella lingua di Platone – nel linguaggio regio finisce così
per significare propriamente “veleno” visto che lo scritto, anziché
rafforzare la debole memoria, finisce, col tempo, per ucciderla! Proprio
come accade oggi! Se è vero, come è vero, che abbiamo delegato al
“telefonino” non solo l’operatività richiesta dai calcoli più semplici,
ma perfino il numero di telefono… di casa! Né c’è più di ausilio
quell’“arte della memoria” che ci hanno tramandato i retori latini,
tanto praticata nel XVI e nel XVII secolo, che, come noto, insegnava a
conservare i dati da rammemorare in uno spazio (cortile; vestibolo;
ecc.) per poterli poi agevolmente ricondurre alla memoria.
Col che la
morte della memoria sembra ineluttabile e definitiva! Nel presente, non
va però demonizzata la scrittura, che assume l’aspetto del supporto
elettronico, visto che questo dato consente pur sempre di impadronirsi
di tutto l’universo conosciuto, con grande gioia e soddisfazione, perché
“un sapere limitato non dà vera soddisfazione”. Così Ugo di San Vittore
(in Didascalion, VI, III, Milano, Rusconi, 1987, 193) che, per questo,
sentiamo a noi più vicino di Socrate, perché questi (V Sec. A. C.)
considerava il libro come del tutto distruttivo, un autentico veleno,
mentre Ugo di San Vittore (XV Sec. D. C.), all’opposto, proponeva di
considerare il libro come uno strumento utile. Non solo per avere le
idee a portata di mano nel momento del bisogno, ma anche, per non dire
soprattutto, per imparare proprio quel “tutto” che, nell’epoca
contemporanea, offre la tecnologia.
Un’ultima postilla. L’idiosincrasia
di Platone nei confronti della scrittura è nota a tal segno da
autorizzarci a omettere una qualsiasi citazione. Anche se il richiamo
alla VII Lettera ci sembra obbligato. Codesta avversione non difetta
neppure nel Fedro. Nel mito socratico il re – ombra di Platone –
disapprova infatti energicamente la scrittura perché, quando la parola
viene messa per iscritto, diventa indipendente dal suo autore, uguale a
sé per sempre. Né è capace di rintuzzare un attacco o di difendersi
perché “il padre” (275e) dello scritto non è in grado di intervenire “in
soccorso” in quanto definitivamente assente.
Per Socrate il discorso
messo per iscritto è un discorso orfano perché sopravvive al “padre” suo
autore e, quello che ci sembra ancor più grave, agli stessi lettori che
mutano di generazione in generazione, autentici patrigni che diventano
custodi del suo significato, fonte di controversie a causa delle
molteplici e mutevoli interpretazioni, argomento, quest’ultimo, che,
data la sede, non può, all’evidenza, essere toccato neppure di striscio.
L’insegnamento socratico, per quanto sinteticamente lumeggiato, ci
insegna a riflettere su cosa significa ancor oggi scrivere con un
elegante contenuto e cosa significa ancora oggi leggere per rammemorare,
ma pure, e soprattutto, per imparare. L’utilità di questa lezione è
pertanto evidente a chi ha ancora a cuore il bisogno della
consapevolezza.
avv. Antonio Binni
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