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domenica 17 ottobre 2021

Italia - Bologna, l'avv. Antonio Binni, Gran Maestro Emerito della Gran Loggia d'Italia degli A.L.A.M. ha da poco pubblicato un nuovo articolo dal titolo "Sullo scrivere bene: scritto e memoria nel 'Fedro' di Platone", sulla rivista ufficiale dell'obbedienza denominata "Officinae"

Collegamento alla pagina della rivista "Officinae" contenente l'articolo dal titolo: "Sullo scrivere bene: scritto e memoria nel fedro di Platone" 

 


Sullo scrivere bene: scritto e memoria nel 'Fedro' di Platone

Filosofia significa arrestarsi, arrestarsi per pensare, per porsi domande nate dalla curiosità e dal dubbio. Ricostruire le domande e mettere in luce le risposte date dagli antichi filosofi agli interrogativi nati dalla riflessione non esime, ovviamente, gli inquieti ricercatori moderni dal loro personale lavoro di analisi. 
 
Risalire però al passato è compito fondamentale perché ci istruisce su come problemi, ancora attuali, sono stati a suo tempo sollevati e impostati. Ci illumina soprattutto sulle strade che sono state battute per conseguire risposte soddisfacenti. In termini preziosi ci mette in guardia dai tentativi falliti, mentre ci confortano e ci inorgogliscono i successi raggiunti. È sulla scorta di queste pur brevi considerazioni che oggi vogliamo affrontare il duplice problema della corretta e felice composizione di un testo scritto e del rapporto che intercorre fra lo scritto e la memoria. Domande sollevate da Platone nel Fedro. 
 
Se non il dialogo più riuscito, per certo fra quelli più amati per la bellezza dei suoi discorsi, per la potenza delle immagini, per la ricchezza del suo contenuto. Il Fedro contiene infatti mirabilmente riuniti in sé tutti i temi più importanti del pensiero di Platone. Qui, data la sede, ovviamente non è oggetto di analisi integrale, avendo optato per la duplice scelta dianzi accennata. Come ogni scelta, quella compiuta ha natura del tutto soggettiva. Sembra, tuttavia a noi che l’opzione prescelta non sia del tutto arbitraria, a motivo che i due problemi, sui quali intendiamo intrattenerci, sono per certo ancora oggi particolarmente interessanti, oltre che sicuramente molto attuali. 
 
Il tema di come si debba comporre un testo scritto è impostato da Platone con un pretesto, la critica che un politico ateniese avrebbe rivolto a Lisia, insultato perché “logografo”, ossia scrittore di discorsi, come se il fatto stesso dello scrivere fosse in sé riprovevole (257c). Socrate, nella sua confutazione, ha buon gioco nell’osservare che sono “proprio i politici più superbi” quelli che scrivono discorsi “per lasciarli dietro di sé” (257e). Dunque, “scrivere discorsi non è di per sé sconveniente” (258d). Secondo Socrate, il vero problema è invece quello di scrivere male o bene: “sconveniente credo che sia piuttosto scrivere o parlare non bene, ma male, in modo sconveniente” (258d). L’indagine, secondo Socrate, si sposta allora su “come dire e scrivere bene un discorso e come male” (259e). 
 
L’attenzione di Socrate si concentra innanzitutto sul contenuto del discorso che, nel suo pensiero, si risolve in una indagine tecnica in aperta polemica con i sofisti. Per costoro la verità è sostanzialmente irraggiungibile. Rimanendo sconosciuta la verità, secondo i sofisti, non resterebbe altro che la persuasione (261a – b). Un discorso ben fatto, secondo questo punto di vista, sarebbe allora solo quello capace di convincere un uditorio. Per il che non sarebbe dunque punto necessario fare appello a ciò che è realmente giusto, potendo all’opposto essere più che sufficiente ancorarsi a ciò che ritiene giusto la massa di chi giudicherà il discorso. In estrema sintesi, secondo i sofisti, non ciò che è realmente buono o cattivo, ma ciò che sembrerà tale sarebbe dunque la stella polare per comporre un discorso di successo. Avverso codesta veduta che spaccia “il male come se fosse bene” (260c), Socrate per contro sostiene che la persuasione, come risultato del discorso, non è affatto sufficiente per rendere un discorso degno di approvazione. Solo chi conosce ciò di cui sta per parlare è infatti in grado di persuadere (261e; 262c). Altrimenti si ingannerebbe per primo chi ne fosse sprovvisto all’atto di prendere la parola. Da qui la conclusione che verità e persuasione vanno insieme, fermo rimanendo che la verità è la vera artefice della persuasione. “Una vera tecnica della parola che non sia legata alla verità, né c’è né mai ci sarà” (260e). 
 
L’equiparazione fra verità e persuasione permette poi a Socrate di affermare la piena identificazione fra la filosofia, come artefice della verità, e la retorica, come tecnica della parola, che, nell’ottica socratica, non sono dunque due discipline distinte per avere oggetti diversi, ma un’unica disciplina stante la loro perfetta coincidenza. Sicché non c’è retorica senza filosofia perché la retorica è filosofia e la filosofia è retorica. In questa veduta, com’è ovvio, assume poi una decisiva importanza la dialettica. Dall’analisi del contenuto, secondo Socrate, non va poi disgiunta quella formale del testo. Se un discorso non fa chiarezza in ordine alle cose di cui discute, esso risulta del tutto mediocre. Come appunto, agli occhi di Socrate, si è rivelato il discorso di Lisia proprio perché non in grado di fare chiarezza in ordine all’argomento trattato: il tema, decisivo, dell’ἔρως. Socrate, in generale, sostiene che il discorso non può essere “buttato giù” alla rinfusa. 
 
Con una celebre metafora spesso ripetuta nei dialoghi, secondo Socrate, “ogni discorso” deve “essere composto come un organismo vivente; deve avere un corpo suo proprio che non manchi né di una testa né dei piedi; piuttosto deve avere delle parti centrali e delle estremità, scritte in modo adeguato l’una all’altra e con l’insieme” (264c). Platone, in molti suoi scritti, insiste sul ruolo della memoria. Così, ad esempio, nel Filebo, sottolinea, in particolare, la felicità che la memoria procura riesumando bei ricordi. Nel Fedro, Platone si occupa invece della memoria da altro profilo. In questo dialogo si interroga infatti in merito al rapporto che intercorre fra lo scritto e la memoria. In specifico, la domanda verte sul punto se lo scritto aiuta a ricordare o se, invece, il testo scritto si risolve in una fonte d’oblio. Platone introduce l’argomento con un mito probabilmente frutto della sua stessa fantasia. Ci narra così che, nell’antico Egitto – luogo di sapienza arcaica – un demone chiamato Theuth – secondo la maggioranza degli studiosi prestanome di Prometeo – avrebbe, fra le altre tecniche, inventato pure la scrittura, per offrire aiuto alla debole memoria. In quanto tale, l’avrebbe poi offerta in vendita a Thamous, re del paese. Questi, dopo avere attentamente ascoltato gli argomenti addotti da Theuth a favore della scrittura (273d), si oppone però recisamente all’acquisto, sostenendo che la scrittura, invece di essere un aiuto per la memoria, finirebbe, all’opposto, per produrre l’effetto contrario, ossia di perderla. 
 
Utilizzando lo scritto come ausilio, secondo il monarca, si finirebbe infatti per trascurare proprio la memoria, posto che quest’ultima richiede invece propriamente un esercizio “dall’interno di se stessi” (275a). Il rifiuto viene definitivamente motivato dal fatto che la scrittura, lungi dall’aiutare la memoria, può, invece, solo aiutarla a ricordare ciò che già si sa. Quanto dire, altrimenti, che allo scritto può essere riconosciuta solo una funzione vicaria rammemorativa, senza essere, però, ancora memoria vera quella del soggetto che ricorda senza recuperare, insieme alle parole, pure ciò che già conosce. 
 
La parola greca farmacon – utilizzata dall’inventore per presentare la scrittura come un “rimedio” per rafforzare la memoria nella sua debolezza – a riprova della ambivalenza del vocabolo nella lingua di Platone – nel linguaggio regio finisce così per significare propriamente “veleno” visto che lo scritto, anziché rafforzare la debole memoria, finisce, col tempo, per ucciderla! Proprio come accade oggi! Se è vero, come è vero, che abbiamo delegato al “telefonino” non solo l’operatività richiesta dai calcoli più semplici, ma perfino il numero di telefono… di casa! Né c’è più di ausilio quell’“arte della memoria” che ci hanno tramandato i retori latini, tanto praticata nel XVI e nel XVII secolo, che, come noto, insegnava a conservare i dati da rammemorare in uno spazio (cortile; vestibolo; ecc.) per poterli poi agevolmente ricondurre alla memoria. 
 
Col che la morte della memoria sembra ineluttabile e definitiva! Nel presente, non va però demonizzata la scrittura, che assume l’aspetto del supporto elettronico, visto che questo dato consente pur sempre di impadronirsi di tutto l’universo conosciuto, con grande gioia e soddisfazione, perché “un sapere limitato non dà vera soddisfazione”. Così Ugo di San Vittore (in Didascalion, VI, III, Milano, Rusconi, 1987, 193) che, per questo, sentiamo a noi più vicino di Socrate, perché questi (V Sec. A. C.) considerava il libro come del tutto distruttivo, un autentico veleno, mentre Ugo di San Vittore (XV Sec. D. C.), all’opposto, proponeva di considerare il libro come uno strumento utile. Non solo per avere le idee a portata di mano nel momento del bisogno, ma anche, per non dire soprattutto, per imparare proprio quel “tutto” che, nell’epoca contemporanea, offre la tecnologia. 
 
Un’ultima postilla. L’idiosincrasia di Platone nei confronti della scrittura è nota a tal segno da autorizzarci a omettere una qualsiasi citazione. Anche se il richiamo alla VII Lettera ci sembra obbligato. Codesta avversione non difetta neppure nel Fedro. Nel mito socratico il re – ombra di Platone – disapprova infatti energicamente la scrittura perché, quando la parola viene messa per iscritto, diventa indipendente dal suo autore, uguale a sé per sempre. Né è capace di rintuzzare un attacco o di difendersi perché “il padre” (275e) dello scritto non è in grado di intervenire “in soccorso” in quanto definitivamente assente. 
 
Per Socrate il discorso messo per iscritto è un discorso orfano perché sopravvive al “padre” suo autore e, quello che ci sembra ancor più grave, agli stessi lettori che mutano di generazione in generazione, autentici patrigni che diventano custodi del suo significato, fonte di controversie a causa delle molteplici e mutevoli interpretazioni, argomento, quest’ultimo, che, data la sede, non può, all’evidenza, essere toccato neppure di striscio. 
 
 L’insegnamento socratico, per quanto sinteticamente lumeggiato, ci insegna a riflettere su cosa significa ancor oggi scrivere con un elegante contenuto e cosa significa ancora oggi leggere per rammemorare, ma pure, e soprattutto, per imparare. L’utilità di questa lezione è pertanto evidente a chi ha ancora a cuore il bisogno della consapevolezza.
 
avv. Antonio Binni

lunedì 11 ottobre 2021

Italia - Bologna, l'avv. Antonio Binni, Gran Maestro Emerito della Gran Loggia d'Italia degli A.L.A.M. (Antichi, Liberi, Accettati Muratori) ha recentemente pubblicato l'articolo dal titolo "Si deve ancora credere nella speranza?" sulla Rivista "Officinae" edita dall'Obbedienza di Palazzo Vitelleschi in Roma

Collegamento alla pagina della rivista "Officinae" contenente l'articolo dal titolo " Si deve ancora credere nella speranza? "


 Si deve ancora credere nella speranza? 


Alcune nostre scheletriche meditazioni sulla speranza, sotto il titolo De Spe, sono apparse nel numero di Officinae dell’ormai lontano novembre dell’A. D. 2019. 

L’argomento, spesso quotidianamente, ha però continuato ad accompagnarci e, in tutto quest’ultimo periodo di tempo, a particolarmente tormentarci con nuovi interrogativi stranamente nati anche da letture del tutto estranee al tema. Sono emersi così nuovi profili della materia che, inevitabilmente, hanno finito per diventare oggetto di ulteriori approfondimenti per certo utili alla puntuale ricostruzione del concetto. 

Nello specifico, ci siamo poi posti il problema in quale tempo consuma la propria esperienza chi spera. Ci è parso, infatti, oltremodo interessante appurare se, chi spera, vive nel presente, o se, all’opposto, abdicando al presente, non finisca invece per vivere nel futuro visto che la difficoltà è nel presente, mentre il suo superamento è differito ad un auspicato futuro migliore. Per completare poi il quadro, abbiamo esaminato la ricaduta della risposta data al problema sollevato, con particolare riferimento a chi non si limita a essere iscritto alla massoneria, ma voglia invece viverla in tutta la sua ricchezza. 

Con questo scritto, che, all’evidenza, integra e approfondisce ulteriormente l’argomento trattato in quello precedente, da leggere perciò in contemporanea a quello presente, intendiamo, innanzi tutto, riempire di contenuto tutti i silenzi che hanno caratterizzato quello richiamato all’inizio delle presenti note, facendo, nel contempo, partecipe il benevolo lettore pure delle conclusioni alle quali siamo pervenuti affrontando il problema sollevato sulla scorta di argomenti che, ancora oggi, ci paiono fondati: un approdo, quanto meno, interessante ben potendo costituire un valido motivo di proficuo confronto. 

La vita dell’essere umano è notoriamente travagliata. L’uomo, spesso, viene purtroppo a trovarsi in situazioni difficili che lo inquietano, stati d’animo che non lo soddisfano, apprensioni che scuotono l’esistenza fino a rendere la vita difficile e, talora, perfino invivibile. Da qui la nascita del desiderio di un futuro migliore tale da sovvertire l’amaro presente. Sono, dunque, queste semplici considerazioni più che sufficienti ex se per sostenere che la paura del presente costituisce il reale e effettivo retroterra della speranza, la sua fonte primigenia e esclusiva, visto che si spera in un futuro migliore solo se si versa in un presente del tutto insoddisfacente. La speranza, già prima facie, è dunque un sentimento di attesa che si verifichi la cosa desiderata. Non è però un’illusione considerato che la speranza si fonda sul credere, sull’avere fiducia negli uomini e nel mondo. 

Si spera, infatti, con la fiducia che, ciò che si spera, si raggiunga effettivamente. Elpis (speranza) e Pistis (fede) sono dunque fra loro indissolubilmente legate perché è proprio solo la fede che il bene desiderato si realizzi nel futuro a sorreggere l’immaginazione facendo così credere il venire meno dei tempi duri. Sperare in un futuro migliore sprona poi a cercarlo con impegno e dedizione. Senza l’impegno, l’attesa è infatti sterile perché è la determinazione che la concretizza. È poi sempre la speranza fiduciosa a determinare un prezioso senso di resilienza alla presente avversità. La capacità di proiettare nel futuro i propri desiderata aumenta inoltre le possibilità di cercare e trovare una soluzione. Da questo profilo la speranza si configura allora come la capacità di vedere la luce laddove invece regna l’oscurità. 

La speranza è una energia interiore che permea la vita degli uomini. Anche quando i tempi sono bui. Pure quando è l’unica cosa rimasta dopo che tutto il resto è perduto. In certi frangenti può rappresentare la differenza fra la vita e la morte. Anche nella situazione più disperata, e perfino in quella estrema, si deve rimanere aggrappati alla speranza perché noti sono i suoi successi contro ogni probabilità. 

La speranza non va confusa con l’ottimismo. L’ottimismo è un sentimento e, come tutti i sentimenti, ha una natura per definizione ondivaga. In quanto tale, può facilmente tramutarsi in pessimismo quando mutano le circostanze, a differenza, invece, della speranza che, all’opposto, è una forza costante che non si dà mai per vinta. Per questo, la speranza è un’arma potente per paralizzare quella paura che, altrimenti, rende l’uomo impotente. Da questo angolo prospettico la speranza è un antidoto alla paura. Immaginare lo scenario migliore, anziché il peggiore, all’uomo che si trova nella sofferta tribolazione procura sollievo. 

La speranza, in quanto proiettata nel futuro, si configura come il luogo della attesa, di ciò che dovrebbe accadere, di ciò che non è o di ciò che ancora non c’è, spazio nel quale si insedia fatalmente l’ansia. La speranza – ormai ben lo sappiamo – presuppone il futuro. Sperare significa prefigurarsi un domani diverso, migliore. Da questo profilo la speranza è allora lo spazio del desiderio, il luogo dell’incertezza perché, quando si spera, non si ha la certezza che quanto prefigurato avrà poi a tramutarsi in realtà. 

Da quanto argomentato, emerge con chiarezza che la disperazione nasce dalla speranza delusa, da una speranza che, non essendosi mai avverata, diventa inutile fino al punto di trasformare la vita stessa in un autentico male perché il dolore, non solo si fa continuo, ma diventa in negativo il senso stesso dell’esistere. La speranza, come dicevano gli antichi, è un ingrediente dell’anima. Non fa però parte né della gioia, né della saggezza. Non della gioia, perché è incerto l’epilogo. Né della saggezza, perché quest’ultima conosce solo il presente, il mondo per quello che è, nella consapevolezza che sognarlo diverso significa non averlo compreso in tutta la sua complessità. Il che apre il problema che ci siamo posti all’inizio di queste note, tutto racchiuso nell’interrogativo di quale tipo di tempo viva colui che spera. 

Chi si allontana dal presente per un futuro affidato ad altro, buona sorte compresa, sembra a noi certo che non viva interamente quel presente concreto nel quale invece l’uomo saggio si immerge facendo del proprio esistere un esser-ci integrale. Spostando il presente nel futuro, si finisce, infatti, per non vivere mai perché la speranza non è una garanzia, ma semplicemente una proiezione di un domani diverso e migliore. Il tempo del saggio è il presente che il saggio non vuole cambiare, ma semplicemente vivere con la convinzione che ogni istante di vita costituisce un autentico miracolo. 

Tanto la gioia quanto la tristezza sono, infatti, stati d’animo che fanno parte entrambi del vivere. Il tempo del presente è il tempo della vita, nella quale il saggio vuole esser-ci. Il tempo del futuro è invece il tempo del mondo che non c’è, che si vorrebbe che esistesse proprio perché rassicurante. Il tempo del presente è il tempo senza desideri che portano al futuro, senza rimpianti che sospingono dentro il passato. In sintesi, è l’attimo che esiste senza nostalgie o illusioni. Il tempo del futuro, all’opposto, è il tempo del momento che non c’è, per definizione, lo spazio dell’insoddisfatto. 

È la condizione di chi vuole vivere domani nella convinzione che il domani sarà – finalmente! – come si desidera oggi e, per questo, chiude gli occhi per lasciare spazio alla immaginazione. Solo nel presente c’è l’esperienza del mondo. Solo nel presente si vive appieno la relazione fra l’io e gli altri, fra l’io e il mondo. Per tutto questo si deve evitare la speranza che nega la vita che è solo presente, o, quanto meno, ricorrervi il meno possibile perché spesso non arriva mai, trasformandosi così in una malattia. 

Nel presente è invece preferibile confrontarsi con i duri fatti col fermo proposito di modificarli al meglio, giorno per giorno, per realizzare oggi quel mondo nuovo che, chi spera, differisce invece al futuro. Queste note volgono oramai all’epilogo. 

Prima di congedarci, dobbiamo però interrogarci su quale sia – o debba essere – il corretto rapporto fra il massone e la speranza. Se le argomentazioni addotte in precedenza sono fondate, come a noi sommessamente pare, si deve affermare che il massone non è l’uomo della speranza, ma l’uomo della azione. 

Il massone, come tutti i saggi, vive il presente. Opera nel presente. Non spera di vedere modificato il mondo. Si attiva, invece, per modificarlo, indirizzando da subito il presente nella direzione voluta per incardinare quel futuro che vuole costruire. Per definizione, non crede alla speranza generalizzata, dall’esito sempre incerto. Men che mai spera poi nell’uomo della provvidenza che, in cambio della rinunzia alla libertà, offre sicurezza che, propriamente, altro non è che servaggio.

Assieme a tutti gli altri uomini di buona volontà, si fa invece carico della quotidiana fatica di vivere come un autentico costruttore fedele alla sua reale natura e autentica vocazione. 

Non crede, in definitiva, alla speranza come un evento futuro migliore quanto invece al quotidiano lavoro che assicura e garantisce la modifica dei duri fatti. La massoneria è anche ortoprassi. 

Il massone, in quanto costruttore, è uomo d’azione. Uomo che affida il proprio comportamento concreto al presente, l’unico tempo che conosce e vive con piena consapevolezza, lieto di operare per l’avvenire, che pure ha il suo tempo, lasciando invece il futuro a quanti, vivendo di speranza, finiscono poi, inevitabilmente, per morire… disperati!

 

Avv. Antonio Binni