Silvio Berlusconi - Presidente del Consiglio
Gentile direttore, bisogna stare attenti alle parole, come sapete voi del Foglio.
Cordiali saluti,
Silvio Berlusconi
“Austerità” non fa parte del mio vocabolario. Responsabilità sì,
autonomia sì, libertà sì, ma austerità no. La polemica sui
“licenziamenti facili” è figlia di una cultura ottocentesca che ignora i
cambiamenti del mercato mondiale ed è oltraggiosa per l’intelligenza
degli italiani: già ora nelle aziende con meno di 15 dipendenti, dove
lavora circa la metà degli occupati, non vige la giusta causa.
E se ora il governo si propone di intervenire sui
contratti di lavoro, seguendo la strada indicata dal disegno di legge
presentato dal senatore dell’opposizione Pietro Ichino, è solo per
aumentare la competitività del Paese, aprire nuovi spazi occupazionali
per le donne e per i giovani, e garantire a chi perde il lavoro l’aiuto
della cassa integrazione per trovare una nuova occupazione. Di fronte al
compimento di una fase critica e turbolenta, e dopo che in Europa il
nostro e altri governi hanno chiesto e ottenuto impegni finanziari a
difesa dell’euro, dando assicurazioni sulle riforme e un calendario
impegnativo per la loro realizzazione, si va purtroppo dipanando una
campagna fatta di ipocrisie e falsità, che tende a rovesciare come un
guanto il senso delle cose.
Ci siamo impegnati per la crescita, per lo sviluppo,
per più efficaci regole di concorrenza, di competitività, di mobilità
sociale, non per deprimere l’economia e rilanciare la lotta di classe,
che come ho detto in Parlamento è finita da un pezzo. La rete di
protezione sociale, in specie sul tema del lavoro, è tutto sommato
abbastanza solida in Italia, e nessuno vuole sfilacciarla. Il problema è
di ridurre le cattive abitudini, scongiurare un’estensione abnorme del
lavoro precario, offrire un futuro qualificato ai giovani e alle donne
rimuovendo solo e soltanto le rigidità improprie che impediscono
l’allargamento della base occupazionale e produttiva, per avvicinarci
agli obiettivi del Trattato di Lisbona sulla partecipazione al mercato
del lavoro, purtroppo ancora lontani.
Gli imprenditori del XXI secolo non sono i padroni
delle ferriere dell’Ottocento, non si svegliano al mattino con l’impulso
di liberarsi di manodopera per gonfiare profitti. E i lavoratori sono
titolari di forza contrattuale e di diritti, non schiavi sociali. Non
dobbiamo sottometterci alla caricatura di noi stessi. Il lavoro è
cambiato. Sono cambiati i bisogni e le aspettative sociali. Il lavoro
socialmente tutelato ha le sue ragioni, ma gli investimenti in ricerca e
in sviluppo, il rischio d’impresa e il ruolo delle politiche pubbliche
si misurano con la capacità di competere produttivamente in una
dimensione infinitamente più grande e varia che nel passato, di rendere
il lavoro un’utilità sociale di cui andare orgogliosi, una scala da
salire per vedere meglio l’orizzonte, non un buco in cui ripararsi.
Sono cose che anche la migliore cultura riformista
di una grande filiera di tecnici del diritto del lavoro, al di là delle
diverse appartenenze, ha sempre coerentemente sostenuto.
Siamo tutti chiamati a un grande senso di responsabilità nell’interesse
dell’Italia e dell’Europa. Mi affido al senso della realtà dei
sindacati, a una resipiscenza di senso comune nelle opposizioni, e
soprattutto all’intelligenza paziente, tendenzialmente infinita, del
nostro popolo. Abbiamo un orizzonte stretto e ravvicinato per varare
alcuni provvedimenti in favore del lavoro e dello sviluppo, capaci di
rimettere in moto la produzione di ricchezza nel manifatturiero e nei
servizi, in particolare capace di restituire orgoglio e fiducia al
Mezzogiorno italiano, e diciotto mesi di serio e responsabile lavoro
prima del compimento della legislatura.
Avvilire il tutto in manovre di concertazione corporativa, in giochi di palazzo e di vecchia politica, non è la soluzione auspicata dalla maggioranza degli italiani.
Possiamo e dobbiamo fare di meglio. Siamo europei e liberi cittadini di
un’Unione cha ha battuto un colpo sonoro nell’ultimo vertice di
Bruxelles, l’Italia ha dei vincoli ma anche dei vantaggi da sfruttare.
Rimettere in moto la macchina demagogica del catastrofismo e del
pessimismo può essere l’istinto politicista di pochi, ma non deve essere
la pratica dei molti, nella maggioranza e perfino nell’opposizione, che
si rendono conto della necessità di crescere. Stimolata a dovere, in un
nuovo clima di cooperazione che non ha alternative, l’economia
italiana, che dipende dal funzionamento del sistema politico e dal
comportamento della società civile, può vincere anche questa sfida. Io
ci scommetto fiducioso. Altro che austerità.
Cordiali saluti,
Silvio Berlusconi

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