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lunedì 9 agosto 2010

Montecarlo - Fini : Case ... partito

La palazzina di Montecarlo ove si trova l'alloggio oggetto dello scandalo


Nel mentre Claudio Scajola ancora cerca chi gli ha pagato la casa, Gianfranco Fini s’è dovuto mettere a cercare chi ha comprato l’appartamento di Montecarlo, lasciato in eredità al suo partito.  
Rispetto al primo, aveva un indizio: 
l’appartamento è occupato dal fratello della sua compagna, sicché oggi sappiamo che l’onorevole Fini ha avuto un moto di disappunto, quando lo ha appreso. Non c’è motivo di non credergli, il fatto è che i problemi sorgono proprio a credergli totalmente. E sono problemi relativi allo statuto e al patrimonio dei partiti politici.  
Fini invoca le indagini della magistratura, sapendo bene che non andranno da nessuna parte, perché sfuggono i contorni di un eventuale reato.  
A leggere la sua nota si apprendono tre cose significative:   
a. la valutazione dell’appartamento non fu fatta da un’agenzia immobiliare; 
b. a proporne la vendita non fu un dirigente di partito, ma un signore estraneo alla vita politica, la cui sorella è convivente del capo, oltre tutto la medesima persona che risulta abitare l’appartamento stesso; 
c. il prezzo di vendita fu considerato congruo perché non inferiore a quello stimato. In altre parole: non fu il partito a mettere in vendita l’appartamento, non si consultarono immobiliaristi o si provò ad avere offerte, ma si accolse l’indicazione di chi avrebbe tratto il massimo beneficio dall’operazione, il cognato. Siccome così descritta (direttamente da Fini) è un’operazione dissennata, ne deriva che il partito ne ha avuto un danno patrimoniale. 
E questo è il punto.
Il reato non c’è, o, almeno, non lo vedo, perché i partiti sono associazioni non riconosciute e il loro patrimonio non ha rilievo pubblico. La tutela dei loro interessi è affidata, in gran parte, agli organismi interni, quindi a quel minimo di collegialità che dovrebbe impedire l’uso del patrimonio per interessi meramente personali. 
La democrazia interna ai partiti è l’unico argine all’amministrazione dispotica dei beni, non meno che della politica stessa. Il fatto è che mentre Fini reclama democrazia e articolazione, collegialità e trasparenza nella gestione di una coalizione divenuta partito, quelle stesse cose non le pratica manco per niente nel partito di cui è capo.
I partiti funzionavano, nella prima Repubblica, perché anche i più verticistici e centralistici avevano correnti vivaci e articolate, statuti che dovevano essere rispettati e istanze di controllo cui si poteva ricorrere, mentre oggi sono tutti sostanzialmente proprietari, privi di vita interna e strutturati per l’esaltazione del capo. 
Taluni hanno il nome del proprietario nel simbolo, mentre tutti si giovano di un sistema elettorale che consente alle segreterie di scegliere gli eletti. Una volta i dirigenti, a cominciare dal segretario nazionale, dovevano lavorare per disporre del consenso degli iscritti e dei militanti, oggi sono questi ultimi a doversi ingraziare i capi, altrimenti se lo scordano di potere concorrere alle elezioni.  
Una volta il patrimonio poteva essere in gran parte occulto (si pensi a quello dei comunisti, intestato massicciamente a dei prestanome e, quindi, mai comparso in alcun bilancio), ma se ne rispondeva in sedi collegiali, ora, invece, è considerato una disponibilità del capo-padrone, e non se ne risponde a nessuno, neanche ad una legge che non c’è.
Nella storia dell’appartamento monegasco c’è tutto questo, e i veri danneggiati sono soggetti apparentemente inesistenti: i militanti di un partito che non esiste più. Ma rivela un vuoto, normativo e morale.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Il Tempo

lunedì 8 febbraio 2010

PDL, CONVENTION A IMPERIA - L'ex presidente della provincia di Savona Bertolotto candidato con Biasotti alle Regionali

Il dott. Marco Bertolotto ex presidente della Provincia di Savona

Imperia - Ha detto Biasotti a Imperia: 
'E' ufficiale, lo comunicheremo definitivamente 
martedi', insieme agli altri candidati. 
Presenteremo il logo e il simbolo e i candidati, 
tra cui ci sara' sicuramente 
Bertolotto'

L'ex presidente della Provincia di Savona, Marco Bertolotto, entrera' a far parte della lista civica di Biasotti e correra' alle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale della Liguria. Lo ha anticipato il candidato presidente Sandro Biasotti (Pdl), in serata, alla convention che si e' tenuta al Teatro Cavour di Imperia, per la presentazione delle liste e dei candidati a Provinciali e Regionali. 'E' ufficiale, lo comunicheremo definitivamente martedi', insieme agli altri candidati. Presenteremo il logo e il simbolo e i candidati, tra cui ci sara' sicuramente Bertolotto'.

Nel parlare ancora di elezioni a Savona, alla domanda di un giornalista: 'Bellasio dentro, Falciani fuori', Biasotti ha risposto: 'Credo che Falciani possa, comunque, dare una mano, perche' e' uno dei nostri. Ha lavorato bene in Regione e magari anche in un altro ruolo, credo che possa essere utile. Dobbiamo recuperare tutti'. Sulla Valbormida ha affermato: 'Credo che potremmo trovare una soluzione abbiamo ancora una lista civica, dei posti. Il ministro mi ha chiesto ospitalita' per alcuni che non sono entrati e discuteremo, tra oggi e domani, per vedere se si potra' dare soddisfazione ad alcuni esclusi'.

Sulle liste ha detto: 'Tutti vorrebbero correre, ma direi che per il 95 per cento siamo assolutamente contenti e soddisfatti, soprattutto perche' in tutte le province abbiamo candidati che possono farcela. E quindi, ho ottenuto cio' che avevo chiesto al ministro ovvero persone che possono e che devono correre Quindi, non primi attori e non comprimari e questa e' per me una grande soddisfazione'.

Conclude: 'Per me la corsa alla Regione e' partita, gia' da tanto tempo, ho avuto la soddisfazione di essere stato il primo candidato presidente annunciato da diversi mesi dal ministro Scajola e confermato sei mesi fa da tutti i leader: Berlusconi, Bossi e Fini, che ringrazio per la loro stima. Sul mio nome, e mi fa piacere, non c'e' mai stata alcuna obiezione e sono partito con grande entusiasmo e sinceramente, mentre prima tutti i mass media nazionali e regionali, erano poco convinti della nostra affermazione, oggi sono tutti assolutamente convinti che la partita e' aperta. Sono molto ottimista'.

Fabrizio Tenerelli

Da www.Riviera24.it  del 07 Febbraio 2010

venerdì 18 dicembre 2009

Fini gli manda il Valium, Feltri: grazie, ma non abusi del Lambrusco


Bocchino: Senza Fini centrodestra senza maggioranza in Parlamento.


Roma, 18 dic (Velino) - “Non ho ancora ricevuto la confezione di Valium. Accetto volentieri il dono natalizio di Fini e ne faccio tesoro. Però ho una raccomandazione per il Presidente della Camera: ci vada piano con il lambrusco, il rosso fa bene ma non bisogna esagerare. E lui ultimamente ha fatto parecchio uso di 'rosso', e non gli ha fatto bene...". Così Vittorio Feltri commenta la notizia del regalo inviato dal Presidente della Camera Gianfranco Fini. Un regalo accompagnato dal messaggio: “Egregio direttore, per festività 'serene' senza ossessioni e allucinazioni. Firmato Gianfranco Fini'”. Feltri annuncia che ricambierà il pensiero regalandogli vino bianco “perché il rosso - ribadisce - gli annebbia le idee” e perché “è bene che si dia una sbiancata”. Il direttore del “Giornale”, nel suo stile urticante, rilancia la polemica con presidente della Camera. “Avere un Fini che rema contro - scrive oggi Feltri - non è più una risorsa per il Pdl, ma un problema. Da risolvere in fretta”. L’intervento odierno di Feltri trae spunto da una lettera del deputato Pdl Amedeo Laboccetta, un ex An spesso etichettato come finiano, il quale assicura al direttore del “Giornale” che il presidente della Camera è "uno che non tradisce". Un appello che non pare smuovere Feltri dalle sue convinzioni.

A favore di Fini interviene anche il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl Ignazio La Russa, secondo il quale il presidente della Camera “ha sempre posto problemi politici non di percentuale o di persone". Mercoledì La Russa ha partecipato al pranzo con gli ex “colonnelli” di An ospitato da Fini alla Camera. Una riunione accompagnata da illazioni e sospetti sui reali piani dell’ex leader di An. Il quale secondo quanto filtrato sui giornali avrebbe chiamato i commensali a chiarire se stanno davvero il presidente della Camera, se il vincolo di fedeltà che li legava ai tempi di An è ancora valido. Dopo l’incontro, Fini ha smentito – assieme a La Russa – che nel menu politico del pranzo ci fosse anche l’ipotesi di gruppi parlamentari autonomi dal Pdl. Una “leggenda metropolitana”, hanno dichiarato entrambi. Meno improbabile – su questo tutti i retroscena sono stati convergenti – è che Fini abbia posto agli ex di An, cercando di risvegliare l’orgoglio del partito scioltosi per entrare nel Pdl, una serie di questioni. Dalla preponderanza dell’asse Berlusconi-Lega a quella di Giulio Tremonti in campo economico, passando – last but not least – sul problema della scarsità di spazi concessi agli ex An negli organigrammi di partito e in quelli di governo. Anche alla luce del fatto che - la “verifica” di Fini forse puntava anche a fare chiarezza sotto questo profilo, “contando” i seguaci – alcuni posti di responsabilità ricoperti da ex An dovrebbero ormai essere messi in quota a Forza Italia, sulla base della proporzione 70-30 fissata al momento del varo del nuovo soggetto. Tra le cariche nel mirino, secondo i rumours, quelle di capogruppo al Senato, ruolo rivestito da Maurizio Gasparri.

Non è passata inosservata neppure la polemica di Fini contro il capogruppo alla Camera ed ex FI Fabrizio Cicchitto. Il cui vice a Montecitorio è il finiano doc Italo Bocchino. Che secondo altre indiscrezioni Fini vedrebbe bene anche nel ruolo di coordinatore Pdl al posto di La Russa, su cui peserebbe un problema di compatibilità con la carica di ministro della Difesa. Oggi Bocchino, intervenendo alla trasmissione “Omnibus” sulla 7, ha difeso il presidente della Camera assicurando che non è “un pazzo comunista che vuole far cadere il governo, ma una persona che pone ragionevolmente delle questioni al suo partito e al suo governo". Per Bocchino "Fini pone innanzitutto la questione sulla partecipazione alle decisioni all'interno del Pdl; in secondo luogo il presidente della Camera vuole un governo che si occupi della politica economico-sociale cercando di rispettare il programma elettorale alla luce degli avvenimenti economici che ci sono stati. In ultimo non vuole lo scontro con gli organi dello Stato ma anzi il loro massimo rispetto. Su altre questioni come quelle degli immigrati e della cittadinanza, io – puntualizza Bocchino - non condivido alcune cose, ma ciò che dice Fini – aggiunge il vice di Cicchitto Bocchino - è scritto nei programmi elettorali di signori che si chiamano Sarkozy, Merkel e Cameron".

Bocchino smentisce recisamente anche il gossip, accreditato da Feltri, sul fallito tentativo “ribaltoni sta” di Fini. Tema sfiorato oggi - in una lettera pubblicata dal “Giornale” - da La Russa, che nota come – anche per la formazione di un gruppo autonomo – il presidente della Camera “non avrebbe certo difficoltà a ottenere la disponibilità dei fatidici 25 componenti sui quasi 300 deputati del Pdl”. Molto più circostanziata la considerazione svolta al riguardo da Bocchino. Il quale – usando un argomento un po’ scivoloso – assicura che Fini non vuole rompere con Berlusconi né far cader e il governo, anche se “ha un numero di deputati - e sono pronto a sottoscriverlo davanti a un notaio a qualsiasi condizione - superiore a quelli che servono a determinare la maggioranza sia alla Camera sia al Senato”.

Da www.ilvelino.it  del 18 Dicembre 2009

martedì 15 dicembre 2009

ITALIA : Berlusconi rimane in ospedale, Tartaglia gli scrive e si scusa



Il volto fasciato e dolorante, Silvio Berlusconi si è rassegnato solo dopo le insistenze dei medici a restare ancora in ospedale. Quasi impossibile, però, convincerlo a una tranquilla degenza: ieri, nelle stanze al settimo piano dell’ospedale San Raffaele di Milano, c’è stato un susseguirsi di visite, ma in mattinata e nel secondo pomeriggio, perché nelle ore dopo pranzo il premier ha dormito.
«Presidente, lei da qui non si muove - gli hanno detto irremovibili i medici dopo l’aggressione di domenica in piazza Duomo - Le conseguenze sono peggiori di quello che si pensava ieri sera, è meglio se resta sotto osservazione». La Tac ha confermato la presenza di una frattura del setto nasale, la botta del souvenir sul viso gli ha causato la rottura di due denti superiori e il sanguinamento successivo al colpo ha provocato l’abbassamento dei valori di ematocrito.
«L’intervento chirurgico è stato scongiurato - ha detto il suo medico di fiducia e primario del San Raffaele, Alberto Zangrillo - ma non si parla di dimissioni prima di 24 o 36 ore: si nutre anche molto a fatica»; parole ribadite in serata: «La situazione è tranquilla, ma l’evoluzione che c’è stata richiede un monitoraggio attento. Le fratture ossee possono avere riflessi che necessitano di essere monitorati». Ecco perché il premier «non uscirà prima di ulteriori 36 ore».
Nel frattempo, per il Cavaliere proseguono le terapie antibiotiche, antinfiammatorie e analgesiche, per lenire il dolore e tenere sotto controllo il gonfiore del viso.
«È un po’ affaticato e sofferente - ha detto il sottosegretario, Paolo Bonaiuti - sente ora le conseguenze del colpo di domenica e durante la notte ha avuto un forte mal di testa». Ci vorrebbe anche molto riposo, ma non è una medicina che il premier assume volentieri, nonostante che il colpo ricevuto sia stato forte anche dal punto di vista psicologico: «L’ho trovato umiliato, non tanto dal fatto traumatico, ma da quello che esso rappresenta: l’odio - ha raccontato don Luigi Verzè, presidente del San Raffaele - Mi ha detto: “Io voglio bene a tutti, voglio il bene di tutti, non capisco perché mi odino a questo punto”».
Ieri, la sua giornata è incominciata presto e lui ha subito chiesto la mazzetta dei giornali. Fuori dall’ospedale, alla periferia tra Milano e la sua Milano 2, in una giornata gelida e uggiosa, l’accampamento di giornalisti e televisioni, molti anche provenienti dall’estero. Uno striscione (“presidente Berlusconi, una pronta guarigione. Gli italiani veri sono con te sempre”) con una bandiera tricolore sistemato sulla recinzione esterna, gli ha dato il buongiorno.
Quindi, al settimo piano, sono arrivate le prime visite. Alle 10.30 è salito Gianfranco Fini: un incontro di una ventina di minuti particolarmente «umano» (così l’ha definito il ministro la Russa), dopo le polemiche dei giorni scorsi. Quindi è stata la volta del presidente del Senato, Renato Schifani. Alle 11.40 ha varcato l’ingresso del San Raffaele, Pierluigi Bersani, leader del Pd. Poi, dopo alcune ore di riposo durante le quali gli ha fatto compagnia la figlia Marina, nel tardo pomeriggio sono arrivati il leader della Lega Nord, Umberto Bossi - «l’ho preso in giro sul pugilato» - e i ministri Calderoli e Tremonti. Alle 19, ultime visite: Marcello Dell’Utri e il portavoce Bonaiuti.

Da www.ilSecoloxix.it  del 15 Dicembre 2009

sabato 5 dicembre 2009

Berlusconi si difende: «Follia» e Fini: «Servono riscontri»



ATTACCO AL PREMIER. Il presidente del Consiglio parla di «macchinazione» e il Pdl si stringe a difesa del suo leader.

Il governo snocciola i successi ottenuti nella lotta alla mafia.

Rita Borsellino: «Paolo diceva: dei pentiti va verificato tutto».

ROMA - Una macchinazione, pura follia, palese attacco della mafia per affossare il governo. Questa la difesa di Berlusconi e del suo esecutivo pronto a snocciolare numeri per sostenere che le parole dell'ex mafioso Gaspare Spatuzza sono una montatura e il castello accusatorio una farsa: «Il nostro governo ha arrestato otto mafiosi al giorno, festivi inclusi, 15 dei trenta più pericolosi latitanti, sequestrato oltre diecimila beni mafiosi per un totale di 5,6 miliardi di euro, più del triplo di quanto fatto dal governo precedente nello stesso periodo di tempo». A diffondere le cifre è il sottosegretario Paolo Bonaiuti: «Dietro al pentito c'è l'evidente volontà di punire un governo che ha combattuto come nessun altro la mafia».
Rabbia del premier durante il consiglio dei ministri: «È folle quello di cui mi accusano, sono cose incredibili, nessuno ci crede. Il nostro è il governo che ha fatto di più contro la mafia». Il Cavaliere ha chiesto a Roberto Maroni di elencare i successi del governo contro la mafia e detto di non essere preoccupato dalle accuse: «Io capo della mafia? Meglio riderci sopra...». Il premier avrebbe poi sottolineato come i ricordi del pentito riguardino fatti vecchi di oltre 15 anni, quando lui non era nemmeno entrato in politica e definito allucinante la situazione in cui un uomo condannato per efferati delitti viene trasformato in una star dai media.
REAZIONI NEL PDL. Polemiche sulla deposizione dell'ex mafioso soprattutto nella maggioranza: per il numero uno dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, Spatuzza «è il refuso di spazzatura». Mentre il Pdl pensa ad una mobilitazione di popolo, è intervenuto il presidente della Camera, Gianfranco Fini: «L'atomica amplificazione mediatica delle dichiarazioni di Spatuzza non deve far passare in secondo piano un elementare principio di civiltà giuridica: senza riscontri puntuali e rigorosi, che è dovere dei magistrati individuare, le accuse restano soltanto parole». Per Franco Frattini si tratta di una «vicenda indegna», mentre Sandro Bondi avverte sulla «ferita all'immagine dell'Italia».
E mentre il legale del premier e parlamentare del Pdl, Niccolo Ghedini minaccia azioni giudiziarie contro Spatuzza, dall'opposizione il Pd usa il profilo basso: «Tocca ai giudici valutare le dichiarazioni di un pentito» ha sintetizzato il segretario nazionale Pierluigi Bersani.
POLVERINI. Spatuzza «è un pentito che ha commesso uno dei crimini peggiori che questo Paese ricordi e su questo dobbiamo riflettere»: lo dice Renata Polverini, segretario dell'Ugl. «Su questo dovremmo ritrovare un equilibrio in questo Paese, soprattutto sul piano istituzionale».
RITA BORSELLINO. «Ricordo quello che Paolo diceva, che ci vuole un'attenzione maniacale nel riscontrare le dichiarazioni dei pentiti e bisogna sapere anche rinunciare a qualche elemento importante quando non si trova un riscontro». Lo afferma Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo ucciso nella strage mafiosa di via d'Amelio, commenta così le dichiarazioni di Spatuzza.


Da www.Bresciaoggi.it  del 05 Dicembre 2009