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martedì 2 novembre 2010

Vespa: Il rischio che corre Casini





Pier Ferdinando Casini, al momento di alzarsi al mattino, guarda fuori della finestra. Nebbia, come sempre. Prende la bussola e cerca di orientarsi. Nel giro di tre mesi ha esaminato le tre situazioni possibili. In estate, quando ci fu la rottura con Gianfranco Fini, tentò di convincere Silvio Berlusconi a fare una crisi di governo per imbarcare l’Udc in un’ottica dichiarata di responsabilità nazionale. L’8 luglio, in una cena in casa mia organizzata per tutt’altra ragione, Maddalena Letta portò due ottime crostate, evocando il famoso patto che fu stretto in casa sua il 18 giugno 1997 tra Berlusconi, Fini, Franco Marini e Massimo D’Alema per una revisione della Costituzione e della legge elettorale sotto gli auspici della bicamerale. Dinanzi alle nuove crostate, Casini fu molto di spirito. Le tagliò con cura, ne distribuì le fette, ma il Cavaliere voleva che Casini entrasse con un semplice rimpasto di governo. E tutto saltò. Berlusconi non accettò la crisi, temendo di non controllarne gli sviluppi. Casini, quando ne abbiamo parlato, mi ha detto al contrario di essere certo che Giorgio Napolitano non avrebbe obiettato nulla sulla nuova alleanza e, paradossalmente, non lo farebbe nemmeno oggi se Berlusconi e Umberto Bossi andassero a dirgli che vogliono aprire una crisi per allearsi con Casini.
Ma intanto le convulsioni politiche italiane vanno avanti e, solo in caso di autoribaltone, cioè di crisi aperta dalla maggioranza, Casini accetterebbe un governo appoggiato da Fini, Francesco Rutelli, Antonio Di Pietro e Pier Luigi Bersani. Lo sta già preparando perché una gestazione del genere è complessa e il nuovo esecutivo «non dovrebbe occuparsi soltanto di legge elettorale, ma anche di provvedimenti economici e finanziari per l’emergenza che stiamo vivendo. Un programma chiaro e limitato, insomma».
Un governo a metà strada fra il tecnico e il politico, presieduto verosimilmente da Beppe Pisanu (anche se Casini non ne fa apertamente il nome per non bruciarlo) e composto da personalità politicamente riconoscibili, ma meno «ministeriali» di quelle dei governi ordinari.
All’obiezione che non è facile mettere d’accordo teste tanto diverse su fisco, lavoro, scelte economiche, legge elettorale, Casini, come del resto Bersani, risponde di non vedere troppe difficoltà. Vorrebbe un accordo «blindato» sull’economia e pensa che, come per incanto, al momento della crisi tutte le insanabili divergenze che finora hanno sempre impedito all’opposizione di proporre una legge elettorale diversa dell’attuale cadrebbero «in dieci minuti».
La terza ipotesi, quella di «ballare da solo», in questo momento sarebbe limitata a una chiusura traumatica della legislatura e a elezioni anticipate. A meno che non maturasse un’alleanza elettorale con Rutelli e anche con Fini perché Casini sostiene di avere fatto sempre prevalere le scelte politiche sulle questioni personali. E si sa che dopo la rottura del 2008 i rapporti tra Casini e Fini non erano al meglio.
Come andrà a finire? Casini si sente uomo del centrodestra e le recenti mosse del Pd, ultima il sostegno alla manifestazione della Fiom, gli fanno escludere di poter fare con Bersani e Di Pietro un’alleanza che non fosse provvisoria e dettata dall’emergenza. Domani chissà. Lo vedremo tornare a destra in un ipotetico dopo Berlusconi o con un Berlusconi convertito o scivolare lentamente a sinistra? Pier, da vecchio democristiano, vuole prudentemente restare fedele a se stesso ed evitare, soprattutto, che gli diano del traditore.
 
Da www.Panorama.it  del  02 Novembre 2010

domenica 27 dicembre 2009

RIFORME - PD: NESSUNA TELEFONATA TRA BERSANI E BERLUSCONI - PDL: E' UN PECCATO



27 dic. - "Non c'e' stata nessuna telefonata natalizia tra il segretario del Pd e Silvio Berlusconi. Di conseguenza anche i contenuti del presunto colloquio telefonico riportati oggi da alcuni quotidiani ovviamente non esistono". Lo afferma Stefano Di Traglia, portavoce di Pier Luigi Bersani.


PDL: PECCATO PER MANCATA TELEFONATA BERSANI - "Le smentite in casa Pd e il continuo riecheggiare dell'alibi delle riforme ad personam, dimostrano nei fatti che il Pd non e' capace di portare chiarezza al proprio interno e ancora non ha scelto se tenersi agganciato al chiassoso ed inconcludente carrozzone di Di Pietro o avere il coraggio di confrontarsi sulle riforme nell'interesse del Paese".
Lo sostiene Anna Maria Bernini, portavoce vicario del Pdl, in merito alla smentita, da parte del Pd, della telefonata natalizia di Bersani a Berlusconi. Secondo Bernini, si tratta di "un'altra occasione perduta, altro tempo dilapidato. La maggioranza ha il dovere di andare avanti: questo ha promesso ai suoi elettori, questo si aspetta il Paese, questo e' il compito della buona politica".
 
BOCCHINO (PDL): BERSANI FACCIA SENTIRE LA VOCE DEI RIFORMATORI - "L'ala riformatrice del Partito democratico batta un colpo e si faccia sentire rispetto ai sabotatori del dialogo e del percorso condiviso per varare le riforme. Fin quando i no vengono da Di Pietro appartengono alla propaganda di chi cerca un voto in piu' ai danni dell'alleato, ma se a mettere i bastoni tra le ruote e' il capogruppo alla Camera del Partito Democratico il problema diventa serio, perche' e' oggettivamente difficile discutere di convergenze con la manifesta divergenza che c'e' nell'opposizione".
Lo afferma Italo Bocchino, vicecapogruppo del Pdl alla Camera. "Bersani - aggiunge - faccia sentire alta e forte la voce dell'anima riformista e dica con chiarezza quali riforme sono possibili per il Pd". 

Da www.Clandestinoweb.it  del 27 Dicembre 2009

martedì 15 dicembre 2009

ITALIA : Berlusconi rimane in ospedale, Tartaglia gli scrive e si scusa



Il volto fasciato e dolorante, Silvio Berlusconi si è rassegnato solo dopo le insistenze dei medici a restare ancora in ospedale. Quasi impossibile, però, convincerlo a una tranquilla degenza: ieri, nelle stanze al settimo piano dell’ospedale San Raffaele di Milano, c’è stato un susseguirsi di visite, ma in mattinata e nel secondo pomeriggio, perché nelle ore dopo pranzo il premier ha dormito.
«Presidente, lei da qui non si muove - gli hanno detto irremovibili i medici dopo l’aggressione di domenica in piazza Duomo - Le conseguenze sono peggiori di quello che si pensava ieri sera, è meglio se resta sotto osservazione». La Tac ha confermato la presenza di una frattura del setto nasale, la botta del souvenir sul viso gli ha causato la rottura di due denti superiori e il sanguinamento successivo al colpo ha provocato l’abbassamento dei valori di ematocrito.
«L’intervento chirurgico è stato scongiurato - ha detto il suo medico di fiducia e primario del San Raffaele, Alberto Zangrillo - ma non si parla di dimissioni prima di 24 o 36 ore: si nutre anche molto a fatica»; parole ribadite in serata: «La situazione è tranquilla, ma l’evoluzione che c’è stata richiede un monitoraggio attento. Le fratture ossee possono avere riflessi che necessitano di essere monitorati». Ecco perché il premier «non uscirà prima di ulteriori 36 ore».
Nel frattempo, per il Cavaliere proseguono le terapie antibiotiche, antinfiammatorie e analgesiche, per lenire il dolore e tenere sotto controllo il gonfiore del viso.
«È un po’ affaticato e sofferente - ha detto il sottosegretario, Paolo Bonaiuti - sente ora le conseguenze del colpo di domenica e durante la notte ha avuto un forte mal di testa». Ci vorrebbe anche molto riposo, ma non è una medicina che il premier assume volentieri, nonostante che il colpo ricevuto sia stato forte anche dal punto di vista psicologico: «L’ho trovato umiliato, non tanto dal fatto traumatico, ma da quello che esso rappresenta: l’odio - ha raccontato don Luigi Verzè, presidente del San Raffaele - Mi ha detto: “Io voglio bene a tutti, voglio il bene di tutti, non capisco perché mi odino a questo punto”».
Ieri, la sua giornata è incominciata presto e lui ha subito chiesto la mazzetta dei giornali. Fuori dall’ospedale, alla periferia tra Milano e la sua Milano 2, in una giornata gelida e uggiosa, l’accampamento di giornalisti e televisioni, molti anche provenienti dall’estero. Uno striscione (“presidente Berlusconi, una pronta guarigione. Gli italiani veri sono con te sempre”) con una bandiera tricolore sistemato sulla recinzione esterna, gli ha dato il buongiorno.
Quindi, al settimo piano, sono arrivate le prime visite. Alle 10.30 è salito Gianfranco Fini: un incontro di una ventina di minuti particolarmente «umano» (così l’ha definito il ministro la Russa), dopo le polemiche dei giorni scorsi. Quindi è stata la volta del presidente del Senato, Renato Schifani. Alle 11.40 ha varcato l’ingresso del San Raffaele, Pierluigi Bersani, leader del Pd. Poi, dopo alcune ore di riposo durante le quali gli ha fatto compagnia la figlia Marina, nel tardo pomeriggio sono arrivati il leader della Lega Nord, Umberto Bossi - «l’ho preso in giro sul pugilato» - e i ministri Calderoli e Tremonti. Alle 19, ultime visite: Marcello Dell’Utri e il portavoce Bonaiuti.

Da www.ilSecoloxix.it  del 15 Dicembre 2009