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giovedì 13 novembre 2025

Italia - Giancarlo Tulliani, sequestrati 2 milioni di euro all' ex cognato di Fini per riciclaggio

Lo Scico (Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza), ha eseguito un decreto di sequestro per oltre 2.2 milioni di euro emesso dal Tribunale di Roma su proposta dei pm della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di Giancarlo Tulliani, condannato a 6 anni di reclusione per il reato di riciclaggio. Tulliani è attualmente latitante a Dubai

sabato 5 febbraio 2011

Montecarlo, il broker e i soldi all’uomo di Fini

Nell'immagine piccola l'on. Gianfranco Fini e sullo sfondo la casa dello 

scandalo di Montecarlo

Un’inchiesta di Panorama rivela: alcune società legate al finiano doc Proietti Cosimi avrebbero ricevuto 600mila euro dalla Atlantis. Ovvero, la holding del gioco d’azzardo controllata anche da Walfenzao, il regista delle offshore di Tulliani

 

di Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Roma - Ricordate James Walfenzao? È il consulente olandese che l’11 luglio 2008 firma per conto della off-shore Printemps il contratto d’acquisto da An della casa nel Principato, quella che Fini aveva ereditato per la «buona battaglia» dalla contessa Colleoni.     
Walfenzao sembrava solo uno dei tanti professionisti (come Tony Izelar e Suzi Beach) coinvolti nell’affaire per creare un sistema di scatole societarie e nascondere il reale acquirente. Ossia quello che secondo le autorità di Saint Lucia (dove Printemps e Timara hanno sede) altri non è che il «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani.
Sempre Walfenzao è l’uomo al cui domicilio di Montecarlo Tulliani, come ha dimostrato il Giornale all’inizio dello scorso autunno, domicilia le bollette delle utenze della casetta monegasca.


Il cognato di Gianfranco Fini, Giancarlo Tulliani, mentre lava la sua Ferrari a Montecarlo

Ma il suo ruolo non si ferma qui. 
Perché sempre Walfenzao, tramite la stessa società che ha «battezzato» le due off-shore (la Corporate agents St Lucia ltd), controlla la Uk Atlantis holding, plc. che a sua volta controlla parte dell’Atlantis World Group, il colosso dei casinò (e, in Italia, del gioco legale) guidato dall’imprenditore, vicino ad An, Francesco Corallo.    
Quando il link è emerso ha subito dato da pensare, anche perché nel 2004 Gianfranco Fini, insieme all’ex moglie Daniela Di Sotto e al fedelissimo segretario (due anni dopo entrato in Parlamento) Francesco Proietti Cosimi, detto «Checchino», andò in vacanza proprio a Saint Marteen, Antille Olandesi, dove la Atlantis ha la sua base, finendo immortalato a cena proprio nel ristorante di uno dei casinò del gruppo.
Possibile che l’apparizione di Walfenzao nella compravendita dell’appartamento, 4 anni dopo, fosse solo un caso? In che modo Tulliani, che Fini stesso indica come colui che reperisce l’acquirente, entra in contatto con il broker dei Paesi Bassi?  
Ora le domande si moltiplicano.
Perché nel numero in edicola, il settimanale Panorama racconta come una carrettata di soldi, più o meno 600mila euro, siano transitati tra il 2006 e il 2010 dal gruppo Atlantis a «società e associazioni collegabili al segretario particolare di Fini», ossia «Checchino» Proietti. 
Quest’ultimo è stato accostato alla Atlantis non solo per quella cena del 2004, ma anche perché nel 2005 viene intercettato dalla procura di Potenza mentre promette al Gruppo un intervento con il presidente dei monopoli di Stato per sanare il rischio che la società venisse fatta fuori dal business, a causa di problemi tecnici nel mettere online le sue «slot».
Ora saltano fuori anche questi insoliti flussi di denaro ricostruiti dal settimanale.
Nel 2006, secondo Panorama, un bonifico piombato il 20 marzo in una piccola banca di Subiaco è oggetto di una «sos», la segnazione di operazione sospetta.  
Si tratta di 120mila euro destinati all’associazione culturale e ambientale «Simbruini», e l’ordinante è l’Atlantis world group of companies. 
La causale? Un «contributo organizzazione rassegna gospel». Solo che la rassegna non c’è mai stata, a quanto accertato da Panorama, che ha intervistato il sindaco di Subiaco, all’epoca capo dell’associazione. 
L’uomo, Pierluigi Angelucci, ha detto al settimanale che quell’operazione gli era stata richiesta dal segretario di Fini, e di aver consegnato i soldi, dopo averli ritirati in più tranche, proprio a Proietti, «a casa e in via della Scrofa». 
La fattura? 
Un falso, ammette lo stesso sindaco, per giustificare l’arrivo di quella sommetta. Proietti smentisce tutto, bolla come «assurde» le parole del primo cittadino. 
Ma Panorama scova altri finanziamenti, diretti dal gruppo Atlantis alla «Keis Media», società della figlia e del nipote di Checchino.
La Keis, prima di fallire a luglio 2010, aveva prodotto lo spettacolo di Loretta Goggi - Se stasera sono qui - e il musical «Robin Hood». Ricevendo per il primo due bonifici da 120mila euro da Atlantis servizi nel 2008 e nel 2009. 
E, per 100 rappresentazioni del secondo, 200mila euro dalla Bplus (nuovo nome della Atlantis servizi) nel 2010.
A che pro quei soldi dal gruppo Corallo al segretario di Fini?



Da www.ilGiornale.it  del 05 Febbraio 2011

sabato 27 novembre 2010

FINI - il sen. Pontone sfugge alle domande: "Sentite altri, io non parlo..."

   
 Il sen. Franco Pontone

(foto: archivio AlassioFutura)

Sulla berlina da 100 mila euro comprata a marzo dalla già disciolta An, il senatore preferisce non parlare: "Il comitato di gestione in carica può dare una notizia del genere, io non sono abilitato". 

E sfugge alle domande del Giornale


di Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica
 
Senatore Franco Pontone, si ricorda dell’acquisto di una Bmw 750 da parte di An? Parliamo di marzo scorso.
«E perché volete saperlo?»
Ci è arrivata notizia che il comitato di gestione avrebbe trovato traccia dell’acquisto per una cifra ingente di quest’auto. Volevamo sapere se lei, che a marzo era presidente, sa nulla di questo affare.
«E il comitato di gestione non può chiederlo a me?»
Certo, ma noi non parliamo a nome del comitato, siamo giornalisti: vogliamo verificare la notizia.
«Io, guardi, se parla del comitato di gestione, penso che il comitato di gestione in carica può dare una notizia del genere, io non sono abilitato».
Non è abilitato, ma può confermare che è stata comprata una Bmw a marzo?
«Guardi, sto dicendo che dovete farvelo dire dal comitato di gestione in carica, io non sono più in carica, non mi interesso più di niente».
E non sa dirci nulla di quest’auto, a che serviva?
«È una questione di delicatezza. Il comitato che è in carica ha tutte le carte, tutti i possedimenti, tutte le cose acquistate o non acquistate. Io non sono tenuto, sono fuori dalla gestione. Se io fossi in carica vi avrei detto “sì”, “no”. Poi dovrei vedere dalle carte cosa abbiamo comprato o non abbiamo comprato».
Noi volevamo sapere se se ne ricordava: è un acquisto abbastanza consistente, sui 100mila euro, una grossa macchina. Volevamo capire qual era la finalità.
«Scusi uno piglia la macchina, perché piglia una macchina: per usarla, no?»
Ma era destinata a componenti del partito? A chi?
«Chiamate il comitato di gestione. Per cortesia». 

Da www.ilGiornale.it del 25 Novembre 2010

venerdì 26 novembre 2010

Il Giornale - Autisti privati di Fini pagati da An

 

La fuoriserie BMW 740, a spese di AN, del Presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini

Finirà all’asta la Bmw 740 da 100mila euro restituita dal leader Fli dopo l’inchiesta del Giornale

Lamorte tenta di giustificare l’acquisto: "Avrebbe risparmiato i soldi dell’auto blu"

Gamba (Pdl): "Difesa comica"

 

 Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Un po’ come l’Aston Martin Db5 guidata dallo 007 Sean Connery, passata di mano un mesetto fa per circa 3 milioni di euro. O come la Mercedes 770K che accompagnava Adolf Hitler nelle sue parate, finita nel garage di un miliardario russo per una somma anche maggiore. 
La Bmw 740, di proprietà di An, che fino a pochi giorni fa portava senza motivo a spasso Gianfranco Fini potrebbe finire all’asta. Venduta come un cimelio per collezionisti, l’originale «macchina del fango», anche se l’ammiraglia tedesca in questione, immatricolata a marzo del 2010, è quasi nuova e senza macchia. 
Quell’auto è stata comprata per quasi centomila euro con i soldi della cassa di An, partito il liquidazione, e messa a disposizione (come pure gli autisti) del presidente della Camera Gianfranco Fini. Che in quel che resta di An, va ricordato, non ricopre alcun ruolo, e dunque non aveva titolo per utilizzarla.
Sarà un caso, ma infatti l’auto è stata «restituita» solo quando il Giornale stava per rivelare lo scandalo, ed è ora nella disponibilità del comitato di gestione che, spiegava due giorni fa il finiano Donato Lamorte, «non ha mai avuto da ridire». 
Anche perché a presiedere l’organismo ristretto che appunto gestisce il patrimonio di An, fino a poche settimane fa, c’era proprio il senatore finiano Francesco Pontone. 
L’uomo che firmò la (s)vendita della casa di Montecarlo a luglio del 2008, e che otto mesi fa comprò la Bmw al grande capo, Fini. Non che ne avesse bisogno: la terza carica dello Stato ha già, ovviamente, la sua brava auto blu. Un dettaglio che disintegra l’obiezione di Lamorte, che al Corsera ha detto: «Fini usava la macchina del partito per risparmiare i soldi pubblici». 
Cioè, per il fedelissimo finiano, il «risparmio» si concretizzerebbe nel lasciare l’auto di Stato pagata dai cittadini in garage, inutilizzata, acquistando al suo posto una macchina da centomila euro - e stipendiando due autisti - con soldi di un partito che, in gran parte, provengono dal finanziamento pubblico, e dunque dai contribuenti.
Tornando all’asta, l’idea di recuperare i soldi spesi per la berlinona vendendola al miglior offerente la lancia il senatore Antonino Caruso, vicepresidente del comitato dei garanti di An. «Io ho in mente una cosa: sotto Natale vorrei mettere in vendita la Bmw fra gli ex iscritti di An.
Chi vuole avere l’onore di sedere dove ha seduto per otto mesi Gianfranco Fini si faccia avanti. Io, purtroppo - prosegue Caruso - non posso partecipare all’asta. Per dire, anche io ho una Bmw ma di classe notevolmente inferiore rispetto alla classe 700 acquistata a marzo scorso». 
Ma il vice di Lamorte contesta anche la polemica, sollevata da quest’ultimo, sui mancati introiti dagli immobili ex An occupati dalle sezioni del Pdl. «L’uscita di Lamorte io proprio non la capisco», spiega Caruso: «Si lamenta dei fitti quando è lui il diretto responsabile, è lui l’amministratore delle srl che amministrano i beni immobili del partito. Ma di cosa stiamo parlando?». 
Insomma, qualche dubbio sulla vicenda, anche all’interno del comitato dei garanti, sembra esserci. 
Di certo l’acquisto di quell’auto non era proprio di dominio pubblico, come conferma Roberto Petri, anche all’interno del comitato: «La Bmw è saltata fuori - racconta Petri - perché, verificando il conto economico, c’era questa uscita per due autovetture. 
Una è quella utilizzata, direi legittimamente, proprio da Lamorte. Così è stato posto l’interrogativo su chi fosse l’utilizzatore dell’altra automobile». 
Solo a quel punto, come noto, l’«utilizzatore» Fini decide di riconsegnare l’auto.
Toni simili da un altro componente del comitato garanti, Pierfrancesco Gamba, sempre in quota Pdl: «Soprassediamo sulla comica critica di Lamorte quanto agli immobili, visto che l’amministratore unico delle srl che li gestiscono è proprio lui. 
La storia dell’auto, invece, andava chiarita e, grazie al vostro interessamento, è stata chiarita anzitempo proprio con l’annuncio di Lamorte che di fronte al vostro scoop ha annunciato il rientro dell’auto». 
E ora? Per Gamba non ci sono alternative: «Il comitato di gestione, con il nuovo presidente, Franco Mugnai, non potrà fare altro che vendere l’auto». 
Dei finiani che occupano posti nel comitato garanti o in quello di gestione, non parla nessuno. Sente il bisogno di dire la sua il finiano Carmelo Briguglio, che definisce «piccola e volgare speculazioncina» la vicenda della Bmw. 
Ma quando deve giustificare il motivo della trafelata restituzione delle chiavi da parte del suo capo, l’ex rautiano arriva a sostenere che il presidente della Camera l’ha fatto «per evitare qualsiasi polemica». 
Già che c’è, per evitare altre polemiche, perché non dice al Capo se restituisce anche le chiavi di Montecarlo?

Da www.ilGiornale.it  del 25 Novembre 2010

lunedì 1 novembre 2010

Storace: "Il caso Ruby è imbarazzante? Che faccia tosta, pensi al cognato"

   
 Francesco Storace leader della formazione politica "La Destra"

Roma - «Ma che faccia tosta». Francesco Storace è saltato sulla sedia quando ha letto i resoconti della convention di Generazione Italia con Gianfranco Fini, al teatro Adriano di Roma. E non per la folla. «Erano pochi - assicura il leader della Destra - noi faremo una manifestazione e saremo molti di più». Il fatto è che lui avrebbe voluto qualche parola di chiarezza su Montecarlo e invece ha sentito solo l’indignazione di Fini per il caso Ruby.
E lei non la condivide?
«Fini ha una faccia tosta incredibile. Insomma, alla fine a Berlusconi si rimprovera solo questa famosa telefonata. Se non ci fosse stata, sarebbe stato tutto tranquillo? E come si fa a mettere sullo stesso piano una cosa del genere e il contratto del cognato? Tutti sanno della telefonata in questura, nessuno saprà mai se ce ne sono state a piazzale Clodio (sede del tribunale di Roma, ndr)».
Non è normale che il presidente del Consiglio abbia i riflettori puntati addosso?
«Lui è il presidente della Camera. Fino a qualche minuto fa era anche capo del partito al quale era stato donato un appartamento per la giusta battaglia».
A adesso cosa è?
«Mi sembra un qualunque estremista dell’altro schieramento. Dice che vuole cambiare la legge elettorale che lui ha voluto, arriva a dire che non sarebbe uno scandalo il governo alternativo ed è terrorizzato dalle elezioni. Ma che differenza c’è con D’Alema? Sabato facciamo una grande manifestazione a Roma all’Eur, dimostreremo che abbiamo più militanti e simpatizzanti noi e spiegheremo all’Italia cosa vuole dire essere di destra».
C’è poca destra in Italia?
«Al contrario, è una moda. Tutti si dicono di destra. Persino Fini».
Parlerete di Montecarlo?
«Ci sarà Roberto Bonasorte. E spiegheremo, con un video, la nostra posizione che è contro l’archiviazione».
Cosa ne pensate della sentenza?
«Gli hanno fatto una cortesia iscrivendolo nel registro degli indicati un secondo prima della richiesta di archiviazione. E gli hanno fatto un favore anche sentendo solo Pontone. Che a leggere le carte mi sembra sia stato messo in mezzo».
Le sembravano veramente pochi i militanti finiani?
«La sala ne tiene seicento con quelli in piedi, facciamo mille. Hanno scelto una sala piccola, ma non è questo il dato significativo. Il fatto è che non hanno nulla da dire di coerente con la loro storia. Contraddicono quanto hanno detto e fatto negli ultimi sedici anni».
A volte la politica è solo tattica. E se la guerra la vincessero loro?
«Io penso che il rischio di un governo alternativo sia reale. La sovranità non è più un valore di riferimento, se è vero quello che ho letto nei retroscena».
Cosa?
«Che c’è un gruppo di parlamentari che non vuole andare a casa. È il colmo se si pensa che sono tutti parlamentari nominati...».
Fini ha sferrato un attacco durissimo a Berlusconi sulle leggi ad personam.
«Ha evocato l’ostruzionismo ed è il presidente della Camera. Ha preso il posto di Diliberto e Ferrando. E poi cosa ha detto per sedici anni se quelle erano leggi ad personam?».
Cosa vuole fare Fini?
«Un altro governo da portare a fine legislatura per poi fare una legge che impedisca a Berlusconi di candidarsi». 

Antonio Signorini
Da www.ilGiornale.it  del 01 Novembre 2010

sabato 2 ottobre 2010

FINI - Ecco la mail di Walfenzao: "Tulliani a capo delle società"


Lavitola: "È la prova che il cognato di Fini è il proprietario dell'appartamento"
Ora la mail del mistero c'è: rilanciata con ampio risalto dai telegiornali, pubblicata stamani sulla prima pagina di «Avanti!», il quotidiano di Valter Lavitola, ecco la mail che ha segnato la svolta nell'affaire della casa di Montecarlo.
Il testo è quello noto: il signor James Walfenzao, un imprenditore che vive tra Monaco e Miami, e si guadagna da vivere creando e poi gestendo le società off-shore che tanto piacciono ai miliardari in fuga dal fisco, si lamenta con il suo interlocutore-superiore, l'avvocato Michael Gordon, residente a Santa Lucia perché il suo cliente, «fratello della compagna di un noto uomo politico italiano» l'ha tenuto all'oscuro di questo risvolto nel servirsi della loro compagnia. 
Ma il signor Walfenzao va anche oltre: scrive all'avvocato che «medita di dare le dimissioni da gerente delle società» (le famose Timara a Printemps) e che esse società «sono servite all'acquisto di un piccolo appartamento a Montecarlo». A questo punto il quadro sembra chiaro: la mail, che è alla base delle informazioni in possesso del governo di Santa Lucia, documenta che Giancarlo Tulliani si appoggia a Walfenzao e che quest'ultimo è l'uomo dello schermo.




Nel frattempo si sommano però le smentite e le querele da tutte le parti. Giancarlo Tulliani ha dato mandato ai suoi avvocati di querelare il ministro Ignazio la Russa per le affermazioni dell'altra sera in tv, ospite di Michele Santoro.
E il giornalista dominicano Jose Antonio Torres smentisce di essersi occupato del caso fin dal febbraio scorso. «Martedì 21 settembre - dichiara Torres - ho ricevuto da un collega del centro America un documento in cui si faceva riferimento a una situazione denunciata come irregolare, nella quale c'erano supposizioni che coinvolgevano un parlamentare italiano». Il documento in questione è appunto la mail di cui sopra. 
E Lavitola può affermare: «Basta. «Non potevamo più attendere, il tempo stringe e il clamore, divenuto ormai fango sulla mia persona mi impongono di dare una lezione a quanti hanno sparlato, offeso, malignato solo per invidia. Io sono un giornalista e questo scoop lo conferma. 
Poi se qualcuno domani avrà il fegato a pezzi per un attacco di bile, il problema sarà tutto suo».

mercoledì 29 settembre 2010

Quanti autogol nella difesa di Gianfranco




 Gianfranco Fini

Ogni volta che il presidente della Camera parla dell’affaire monegasco, si contraddice invece di chiarire i dubbi: il lapsus sulla data del rogito, la cucina "di Roma" che spunta nel Principato e quell’amnesia sul valore della casa.

Saint Lucia: nuovi riscontri su Tulliani


Lui ci aveva riso sopra: «E queste sarebbero le prove per cui dovrei dimettermi?». Ora anche la cucina dell’appartamento di Montecarlo rischia di imbarazzare, e non poco, Gianfranco Fini. 
Perché tutto, ma proprio tutto coincide: dal colore agli accessori, dal frigorifero alla cappa tutti i pezzi sono sistemati al millimetro nel modo in cui li aveva descritti al Giornale un dipendente del mobilificio Castellucci questa estate. «Le coincidenze - dice ora al Giornale Davide Russo - sono impressionanti».
Gli «ordinativi» pubblicati dal Giornale in agosto e la foto scovata da Ilaria Cavo di Matrix sembrano perfettamente sovrapponibili. «Sono preoccupato - se l’era cavata Fini - perché se dovesse spuntare fuori anche l’acquisto di un portaombrelli sarei davvero nei guai». Che risate. 

Come se non bastasse anche i mobili coincidono con quelli «trattati», a detta dell’impiegato, nell’azienda sull’Aurelia a due passi da casa. E di mobili trattati a Roma dalla coppia parlano indirettamente il costruttore della Engeco che inizialmente si occupò dei lavori (Luciano Garzelli) e colui che poi restaurò effettivamente l’immobile (Rino Terrana della Tecabat): «Materiali, mobili e cucina arrivarono dall’Italia». Questa è una storia che, con tutta onestà, Fini non solo non ha chiarito ma ha finito con l’ingarbuglia sempre più. Prendiamo il capitolo quotazione. 
Nel videomessaggio la terza carica dello Stato dichiara che il prezzo di 300mila euro era adeguato perché superiore del 30 per cento al valore stimato». Che il presidente della Camera fissa a 230mila euro. Dunque, per Fini quei 60-70 metri quadri valevano 230mila euro nel 2008. 
Peccato che il suo consulente di fiducia, Filippo Apolloni Ghetti, valutasse l’immobile ben più di un milione già nel 2002, sei anni prima. In un’intervista al Giornale, Apolloni Ghetti ricorda addirittura che il segretario di An prendeva appunti mentre gli spiegava la sua valutazione e aggiunge: «Fini rimase sorpreso, mi disse che la valutazione dei suoi tecnici era di 800mila euro». Ottocentomila euro nel 2002? E allora perché oggi è sceso a quota 230mila? L’agente immobiliare chiamò anche un collega di peso, Giorgio Viganò che corresse la stima fra 1,1 e 1,3 milioni di euro. 

Cifre elevate, superiori di tre, quattro, cinque volte alle valutazioni di Fini. Del resto un’autorevole agenzia, l’International Property Tribune, proprio nel fatidico 2008 rilevava che gli appartamenti avevano raggiunto quotazioni stratosferiche. 
Quattro milioni di euro e anche più per due camere, box, vista mare. Cifre lontanissime da quelle evocate da Fini, e senza paragoni in tutta Europa. Apolloni Ghetti ha anche detto al Giornale che offrì a Fini di acquistare lui stesso l’immobile per un milione secco. 
Ma il leader rifiutò per evitare retropensieri nel mondo di An. Il presidente della Camera, invece, nel comunicato dell’8 agosto, dice testualmente: «Non corrisponde al vero che siano state avanzate a me o per quel mi risulta all’amministratore senatore Pontone o ad altri proposte formali di acquisto». Certo, si può cavillare sull’aggettivo formali. 
L’offerta di Apolloni Ghetti non era formale? Anche il senatore Antonino Caruso ricevette quella che lui chiama una preofferta: 750mila euro, ma nel 2001. Non nel 2008. Le prove le ha portate ai pm di Roma. Pure il senatore di An, Giorgio Bornacin, aveva trovato gente a Sanremo interessata al palazzo: «Ma al partito mi dissero che non era in vendita». 


Le dieci maggiori agenzie immobiliari di Montecarlo, consultate dal Giornale, hanno cristallizzato il valore dell’immobile, dal 2008 ai giorni nostri, ben oltre il milione di euro. Fra i 25mila e i 35mila euro al metro quadro. Insomma, la sostanza è che An blindò il quartierino e di fatto lo tolse dal mercato grazie a Fini. Lo ha ammesso lui stesso: «Dissi io a Pontone di vendere perché l’offerta era congrua». 
Offerta congrua a una società off shore di un Paese classificato a rischio Ocse per il riciclaggio? 

Complimenti. Numerosi testimoni, e anche inquilini, ascoltati in agosto (pure da Sky) riferiscono di aver provato invano a contattare i tesorieri di An, i Lamorte e i Pontone, e di non essere arrivati a capo di nulla nonostante la disponibilità a pagare fino a un milione di euro: «Ogni volta chiamavamo e ci veniva detto che al momento il partito non vendeva». Per anni, fino alla svendita finale. Fini e soci hanno provato a mischiare le carte, deprezzando l’appartamento-topaia: le agenzie immobiliari hanno fatto invece presente che in casi di immobili sporchi e mal ridotti, il prezzo cala sì, ma di un’inezia.
E qui vien fuori un altro problema: Fini via web ha detto che il cognato pagava l’affitto (solo 1.600 euro al mese rispetto a cifre ben più alte rispetto a case di eguale metratura) e che aveva sostenuto le spese di ristrutturazione. Circostanza, quest’ultima, smentita dalla società Tecabat che ha riferito d’aver fatturato lei alla società proprietaria dell’immobile, non Tulliani.
E ancora. Fini, nella nota di mezza estate, fa riferimento all’atto di vendita e qui incorre in un gravissimo lapsus perché fissa la data al 15 ottobre 2008. Per la cronaca An cedette l’immobile alla Printemps l’11 luglio e, guarda la combinazione, il 15 ottobre la Printemps lo passò alla Timara, altra società off shore che poi lo affitterà a Tulliani. Come mai Fini confonde i rogiti e parla di quello di cui non dovrebbe sapere nulla? Mistero. 
Lui non arretra di un millimetro e davanti alle telecamere di Mentana assicura: «Non sono mai stato in quell’appartamento». Ma numerosi testimoni lo smentiscono. L’ingegner Giorgio Mereto, ad esempio, che ha l’ufficio nello stesso palazzo, assicura l’esatto contrario: «Quel giorno si era scatenata una gran confusione fori dal palazzo, e subito dopo fin dentro, nell’androne e sulle scale, con un notevole spiegamento della polizia monegasca a sirene accese».
Quel giorno, secondo le valutazioni dell’ingegnere, va collocato nel dicembre scorso, sotto Natale. E il trambusto ha una sola spiegazione: Mereto vide con i suoi occhi Fini. «Accompagnato - sono le sue parole - da quella bella signora bionda, con i capelli mossi che si vede sui giornali». 
Ovvero, Elisabetta Tulliani. «Io - è la conclusione - come altri coinquilini gli ho fatto anche un cenno di saluto». Mereto è un visionario? O, più semplicemente, ha solo consegnato al Giornale i suoi ricordi? L’imprenditore Luciano Care, è un altro che offre un riscontro visivo. Poi altri testi (come l’ex vice presidente della Nocerina calcio) giurano d’aver notato il presidente della Camera in giro per Montecarlo. Lui nega.
Fini ha poi sostenuto di aver saputo tardi che il cognato (che aveva saputo da chissà chi nel partito che la casa era in vendita, e che poi propose a Fini di alienarlo a una società) era in affitto. Ha spiegato d’averlo appreso «con sorpresa e disappunto» da Elisabetta, che però s’è poi scoperto aver curato personalmente i lavori di ristrutturazione avvenuti ben prima che Giancarlino andasse a vivere nel quartierino. 

Poi ha aggiunto che Tulliani aveva saputo che la casa era in vendita «perché Montecarlo non è certo una metropoli» e il cognato era un esperto del settore. Talmente esperto che dovette scomodare l’ambasciatore Mistretta per farsi trovare un’impresa di ristrutturazione. E il cartello vendesi era così esposto nelle vetrine delle agenzie del Principato che nessuno l’ha notato. Fortunato Giancarlo, mai quanto Elisabetta che ha sbancato al Superenalotto.

Gian Marco Chiocci - Stefano Zurlo

Da www.ilGiornale.it  del 29 Settembre 2010

sabato 25 settembre 2010

I commenti a caldo al videomessaggio di Fini, di La Russa (PdL) e Letta (Pd), del 25 settembre 2010



Per ascoltare, in maniera ottimale, questa registrazione parziale del telegiornale di RaiDue, sospendere prima il servizio di Sky News 24 premendo il relativo bottoncino nero sotto lo schermo, nella colonna di destra in basso.








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venerdì 24 settembre 2010

Santa Lucia, il ministro della Giustizia "La lettera sulle società è autentica"

Dall'isola la conferma sulle carte che accusano il cognato di Fini. 
Il Pdl: «E adesso chieda scusa» 




 Palais Milton a Montecarlo

Il presidente della Camera: video online per raccontare la mia verità

di FRANCESCO SEMPRINI, INVIATO A SANTA LUCIA
 
La lettera che il ministro della Giustizia di Santa Lucia ha inviato al primo ministro dell’Isola King Stephenson riguardo le società off shore che farebbero capo a Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini, «è autentica».   

E’ quanto ha comunicato l’attorney general dello stato caraibico Rudolph Francis nel corso di una conferenza stampa riservata esclusivamente ai giornalisti italiani. Il ministro della Giustizia ha spiegato che l’indagine preliminare sulle due società off shore (la Timara e la Primntemps) è stata aperta dopo aver preso atto del coinvolgimento dell’isola di Santa Lucia nei fatti di politica italiana.

Alla luce dell’indagine Francis ha inviato un "confidential memo" al primo ministro la cui copia è stata pubblicata da due quotidiani dominicani. Dopo aver annunciato l’avvio di un’ulteriore indagine, il ministro della Giustizia ha espresso preoccupazione per la fuga di notizie riguardo alla lettera. «Il nostro sistema di comunicazione- ha detto- ha dimostrato una chiara vulnerabilità. Chiariremo l’accaduto, in ogni caso quella lettera è autentica».   

Nella lettera Francis spiegava al primo ministro Stephenson King che dietro le società off-shore che hanno comprato l’appartamento di Montecarlo ci sarebbe Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini e su quel documento si è scatenata la polemica politica, con i finiani che hanno accusato l’entourage vicino al premier Berlusconi di dossieraggio.
 
 
«Dopo le conferme giunte dal Governo di Santa Lucia, se i finiani hanno senso di dignità civile e politica, devono scusarsi con tutti gli italiani oltre che con gli organi di stampa che hanno posto domande fondate e legittime, ottenendo insulti e intimidazioni.Ora è il momento delle assunzioni di responsabilità, senza ulteriori cortine fumogene», attacca subito il portavoce del Pdl Daniele Capezzone. 
 
E Chicchitto invita Fini «a fare i conti con la realtà che gli si presenta davanti»
Dall'entourage finiano, intanto, rimbalza la voce che il presidente della Camera diffonderà un video in Rete per rispondere a quella che giudica una «campagna di disinformazione».
 
 
Da www.laStampa.it  del 24 Settembre 2010

lunedì 20 settembre 2010

Montecarlo, la pista fiscale porta al "cognato"

 

 Palais Milton a Montecarlo

Quanti soldi ci sono sul conto bancario in Svizzera collegato alle bollette dell’appartamento? Secondo le norme valutarie dovrebbero essere oltre 300mila euro, ma non si conosce come siano arrivati oltre confine. L’indagine della Finanza. Contratto d'affitto: in 10 righe 24 errori di francese

 

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica
nostri inviati a Montecarlo
 
«Tulliani? Non lo sentire­mo, non ci interessa». 
Fino ad oggi è stata questa è la posizio­ne della procura di Roma, che indaga sull’ affaire immobilia­re monegasco per l’ipotesi di truffa aggravata, in seguito a un esposto della Destra, il par­tito di Storace, che rilanciava in sede giudiziaria l’inchiesta del Giornale.  
Ma davvero il «cognato» di Gianfranco Fini non riveste un ruolo tale nella vicenda da interessare gli in­quirenti? 
A dar retta ai fatti, documentati, sarebbe dovu­to essere lui il primo a sfilare in procura. 
Anche perché quanto rivelato dal Giornale in due mesi, e soprattutto nel­l’ultima settimana, accende i fari su altri aspetti che potreb­bero riguardare sia profili pe­nali che fiscali. Tulliani ha un conto corrente nel Principa­to. 
Ed è residente a Monaco grazie a un attestato con il quale la sua banca certifica che ha fondi a sufficienza per non lavorare. 
Se quei soldi non sono noti, in tutto o in par­te, al fisco italiano, il tema do­vrebbe assumere un certo in­teresse per le nostre autorità.  
Idem se si dovesse scoprire che dietro all’identità di fir­ma ( e di sostanza) tra Tulliani e la fiduciaria Timara costitui­ta in un paese a «fiscalità privi­legiata » si nascondesse una si­nergia di altro genere. 

La procura di Roma sin dal­l’inizio spinge soprattutto su un tasto: acclarare se quei 300mila euro ai quali la casa di boulevard Princesse Char­lotte - che An aveva ricevuto in eredità dalla contessa Col­leoni - è stata venduta siano o no un prezzo congruo
In pro­cura sono sfilati il senatore Francesco Pontone, che co­me tesoriere firmò l’atto di vendita da An a Printemps, il deputato Donato Lamorte, che visitò la casa in questione e la descrisse come fatiscen­te, e la segretaria di Fini, Rita Marino, che accompagnò La­morte nel tour monegasco. 

Pontone ha negato di aver mai trattato il prezzo, spiegan­do che la scelta di vendere era stata «del partito», smenten­do di aver mai ricevuto altre offerte di acquisto. 
Solo che in procura c’è andato anche Antonino Caruso, parlamen­tare del Pdl ed ex An, che ha invece confermato di aver ri­cevuto un’offerta da un milio­ne di euro per la casa sei anni prima della vendita, e di aver­la girata a Pontone
E di offer­te superiori hanno parlato in tanti: inquilini del Palais Mil­ton, dove ora vive Tulliani, ma anche il senatore ex An Giorgio Bornacin, che ha ri­cordato un’offerta di un grup­po di sanremesi rispedita al mittente.   
Bianco e nero, dunque. 
Ma se mancano le certezze, di si­curo è curioso che i pm finora abbiano snobbato il cognato del presidente della Camera. Perché il fratellino di Elisabet­ta è l’uomo che avrebbe sapu­to (non è chiaro da chi, perfi­no Fini ha negato di averglie­lo detto) che quell’apparta­mento era in vendita. 
E sem­pre lui avrebbe individuato un acquirente, guardacaso una società off-shore, la Prin­temps, con sede ai Caraibi e creata ad hoc per la bisogna giusto pochi giorni prima del­la vendita.  
E ancora Tulliani avrebbe proposto a Fini l’affa­re (per l’acquirente, s’inten­de), evidentemente fissando anche il prezzo, visto che Pon­tone nega di averlo trattato e Fini si limita a dire che «gli uffi­ci di An» verificarono che era superiore alla bassissima va­lutazione fatta, comunque, 10 anni prima. 
Vista così, dav­vero Tulliani non c’entra con la svendita della casa? Ma non è finita, perché come è noto la Printemps (s)venderà a sua volta, arrotondando il prezzo solo del dieci per cen­to, alla sua gemella Timara, stessa sede nei paradisi fisca­li, stesso capitale sociale, stes­si referenti. 
E quest’ultima chiuderà il giro, accollandosi le fatture dei costosi lavori di ristrutturazione e affittando la casa a Tulliani. 
Con un con­­tratto sul quale le firme del «cognato» e del rappresentan­te della società sono identi­che. Ci sono anomalie, dunque, ma soprattutto c’è un ruolo centrale giocato in tutta la vi­cenda dal «cognato» del presi­dente della Camera.  
Grazie al Giornale le carte sono ormai pubbliche, che altro serve agli inquirenti? Oltre alla vicenda delle fir­me, a rafforzare la sensazione di un forte link tra Tulliani e le fiduciarie, c’è la storia delle utenze, che il giovane italia­no ha scelto di domiciliare a casa di James Walfenzao, uno degli intermediari, esperti in fiduciarie e in legislazione fi­scale, che risulta essere ammi­­nistratore, diretto o indiretto, sia di Printemps che di Tima­ra. 
E sufficientemente in buo­ni rapporti con Tulliani da «prestargli» il suo indirizzo. Delle utenze domestiche di Tulliani, almeno le bollette della luce, importanti per cer­tificare la reale residenza a Montecarlo dei cittadini stra­nieri ( che se sono in casa con­sumano elettricità), arrivano infatti a casa Walfenzao. Su quella bolletta, pubblicata dal Giornale, c’è il conto cor­rente di Tulliani.  
Su quel con­to corrente, stando alla carta di residenza del «cognato», dovrebbe esserci una discre­ta somma, visto che Tulliani non è titolare di imprese né ri­sulta lavoratore dipendente, ma risiede a Montecarlo, ap­punto, grazie a un deposito di garanzia e al conseguente at­testato bancario di «autosuffi­cienza economica». 
Quei sol­di, tutti o in parte, Tulliani li ha indicati nel «quadro Rw» (dove si evidenziano le dispo­nibilità finanziarie all’estero) della sua dichiarazione dei redditi? Se magistrati e Gdf vo­gliono vederci chiaro, sanno esattamente cosa e dove cer­care. 
Un bel vantaggio, che dovrebbe facilitare il compito della procura, che non do­vrebbe bussare al Principato chiedendo lumi sull’esisten­za stessa di un deposito «a no­me di», ma solo sulla consi­stenza di un determinato e già noto conto corrente cifra­to.  
Occorrerebbe verificare il canale seguito per l’esporta­zione dei capitali, se quello previsto per legge con l’ausi­lio di intermediati abilitati. 
Oppure vedere se si è fatto ri­corso allo scudo fiscale per re­golarizzare queste somme. 
Nessuno ovviamente pensa che Tulliani abbia fregato il fi­sco ma per molto meno, pro­prio i pm di Roma, da mesi stanno indagando sui conti segreti dei tanti furbetti di San Marino

Da www.ilGiornale.it  del 20 Settembre 2010

domenica 12 settembre 2010

Il Giornale: Così Fini ha bluffato sulla casa di Montecarlo

 

 

La palazzina che ospita l'alloggio lasciato in eredità 

ad Alleanza Nazionale dalla Contessa Colleoni.

Il presidente della Camera non ha dato alcun contributo di chiarezza. 

Anzi, quando ha parlato, ha alimentato la ambiguità. Ecco cosa non torna: dalla gaffe sulla data di vendita alla mancata spiegazione di come l'appartamento sia finito al "cognato"

 

Non chiarisce, non spie­ga. Perché? Ecco i lati oscuri della casa di Montecarlo che mettono in difficoltà il presi­dente della Camera. Da un la­to l’inchiesta giornalistica ( «in­fame », secondo il paladino del­la libertà di stampa Gianfran­co Fini), dall’altro le indagini della magistratura per far luce sugli aspetti oscuri dell’ affaire immobiliare monegasco.  
Una casa nel Principato lasciata in eredità ad An da una nobildon­na militante nel 1999. E vendu­ta dopo 9 anni per 300mila eu­ro, un quinto del valore, a una società off­shore che l’ha riven­duta a un’altra società off-sho­re . 
Con la sorpresa finale: è il «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani, che pochi mesi dopo finisce per abitare in quell’ap­partamento. 
La vicenda investe la gestio­ne del patrimonio di An (ossia la congruità del prezzo, ed è su questo che si fonda l’esposto che ha dato il via all’inchiesta della procura di Roma), ma an­che la scarsa trasparenza suc­cessiva alla compravendita della casa, visto che quell’im­mobile che avrebbe dovuto fi­nanziare la «buona battaglia» alla fine è servito più che altro a dare un tetto al giovane im­prenditore Tulliani. Ma in un mese e mezzo da Fini sulla vi­cenda non è arrivato un contri­buto di chiarezza.   Anzi. 
«IL GIORNALE MI DIFFAMA» 
Dopo le prime rivelazioni del Giornale sulla vicenda del­­l’eredità Colleoni e sul Tullia­ni inquilino, Fini resta in silen­zio. Replica solo, tramite il suo portavoce Alfano, il 2 agosto. Annuncia querela, accusando il nostro quotidiano di «aver pubblicato una serie di notizie false e diffamatorie riguardo alla cessione da parte di An di un immobile ubicato a Monte­carlo ». Le spiegazioni non ab­bondano. Fini smentisce la pri­ma cifra di vendita, ipotizzata da Libero in 67mila euro, spie­ga di non essere «titolare del­l’appartamento » e che Prin­temps e Timara , le off­shore ca­raibiche, «non sono a lui ricon­ducibili ». Non dice, però, a quanto An ha venduto. Non spende una parola sul perché in quella casa viva Tulliani. Non parla di ciò che sa sulla vi­cenda. 
L’INCHIESTA E IL SILENZIO  
Intanto il Giornale trova i contratti della doppia compra­vendita, e incardina date e ci­fre: An vende a Printemps l’11 luglio 2008 per 300mila euro. Printemps vende a Timara il 15 ottobre 2008 per 330mila. Il prezzo è ridicolo. E Printemps e Timara hanno stessa sede so­cia­le a Saint Lucia e rappresen­tanti comuni, riconducibili a un network di società di inter­mediazione, che fanno pensa­re a un sistema di scatole cine­si per nascondere il reale ac­quirente. Il 4 agosto la procura di Roma apre un’inchiesta, su input di un esposto di due mili­tanti della Destra. Fini? Sta zit­to, non spiega: «Ben vengano le indagini - il solo commento - anche se la denuncia provie­ne da avversari politici».
LA RISPOSTA NON CHIARISCE 
Il Giornale trova testimoni e riscontri ulteriori. Fini è sem­pre più in difficoltà. Arriva l’8 agosto, e gli otto punti sulla vi­cenda «diramati» dall’ex lea­der di An. Più che chiudere la storia, aprono nuovi interroga­tivi, che trovano sponda an­che in procura. Fini rivela, per esempio, che la casa venne va­lutata 450 milioni di lire «quan­do venne in possesso di An». Ma la stima è così bassa che i pm vogliono capire chi e per­ché la fece. Fini racconta la «sorpresa» e il «disappunto» manifestati quando seppe dal­la compagna che Tulliani era andato a vivere nella casa. Ma non spiega quando e come l’ha saputo,non dice che prov­vedimenti avrebbe assunto, se ne ha assunti. Nega l’esi­stenza di altre offerte più con­grue, eppure molti coinquilini del palazzo hanno riferito di averle presentate oltre al parla­mentare ex An, Caruso, che conferma di averne ricevuta una, respinta dal partito. E, so­prattutto, Fini sbaglia clamo­rosamente la data della com­pravendita, citando il 15 otto­bre, data della cessione da una off-shore all’altra, atto di cui pe­rò afferma di non sapere nien­te. Una gaffe incomprensibile, sulla quale ovviamente Fini continua a non dare spiegazio­ni. 
I TESTIMONI? DIFFAMATORI 
Il Giornale pubblica la test­i­monianza di un dipendente di un negozio di mobili alle porte di Roma, Davide Russo, che racconta di aver visto la Tullia­ni e, almeno in due occasioni, Fini, nel negozio. Per acquista­re mobili ed elaborare progetti per ambienti di una casa «sicu­ramente all’estero». Fini la­scia al portavoce la replica: «Delirio diffamatorio». Smen­tite specifiche non arrivano. Il titolare del centro arredi dice solo di non aver effettuato «tra­sporto o montaggio a Monte­carlo ». Coerentemente con quanto dichiarato dal testimo­ne, per il quale il trasporto fu effettuato da terzi. E quanto al­la cucina Scavolini, venduta dallo stesso negozio, non Fini ma il finiano Benedetto Della Vedova ammette l’acquisto, ma dice che «non è a Monte­carlo ». Nessuno si disturba a dire dove sarebbe.
LE SMENTITE DI MISURA 
Altri testimoni dicono di aver visto Fini a Montecarlo, due (Luciano Caré e Giorgio Mereto) addirittura in boule­va­rd Princesse Charlotte o nel­l’androne del palazzo. Fini fa smentire le date ricostruite dai due, ma non dice la cosa più semplice, ossia di non essere mai stato in quella casa. Il «pas­so » lo fa da Mentana, martedì scorso, sostenendo di non aver visto l’appartamento: «Chi dice che mi ha visto lo pro­vi ».Ma l’allergia alle spiegazio­ni dell’ affaire prosegue su La7 : Tulliani ha saputo che la casa era in vendita perché «Montecarlo non è certo una metropoli». Ma gli inquilini dello stabile che volevano comprare non sapevano nul­la. «Sorpresa e disappunto» svaniscono. Fini, ora, è «molto più arrabbiato» con la stampa. Che racconta una storia di cui lui non vuol parlare. Forse, co­me spiegava a inizio agosto l’imbarazzatissimo senatore Pontone, è tutta una coinci­denza. Incredibile.

Gian Marco Chiocci 
Massimo Malpica

Da www.ilGiornale.it  del 11 Settembre 2010


domenica 15 agosto 2010

Casa di Montecarlo: Fini un habitué "Era qui pure a novembre coi Tulliani"

 

Gianfranco Fini

 

Il manager Care, imprenditore emigrato nel Principato: 

"L’ultima volta ho incrociato il presidente della Camera, 

la compagna e Giancarlo nell’androne. 

Ci fermammo a chiacchierare per un quarto d’ora. 

Lui sembrava soddisfatto del sopralluogo nell’appartamento".

Il diktat del centro arredi: "Della vendita di quei mobili dovete parlare

solo con i magistrati".

L'erede della Colleoni: "La zia gli lasciò tutto ma lui non venne neanche

al funerale". 

Campagna "Fini dimettiti": aderisci

 

La «sorpresa» e il «disappunto» di Gianfranco Fini nell’apprendere che la casa di Montecarlo venduta da An era abitata dal cognato? «Ho incrociato il presidente della Camera in Boulevard Princesse Charlotte 14, ho chiacchierato a lungo con lui ed era piuttosto soddisfatto della casa da cui usciva».  
Luciano Care è un imprenditore italiano che vive da 13 anni a Monaco dove gestisce una società di import-export. Ha molti amici nel Principato, tra cui un vicino di Giancarlo Tulliani. Ed è uno dei numerosi monegaschi che negli scorsi mesi ha visto Fini presso l’appartamento. Care ha anche chiacchierato con lui: era durante il ponte del primo novembre 2009, un anno dopo i passaggi dell’immobile attraverso società off shore e poche settimane prima che iniziasse la radicale ristrutturazione.
Lei conosce bene quello stabile.
«Certamente. È un edificio piuttosto vecchio, rimesso un po’ a posto alla monegasca. Di recente hanno rifatto l’ingresso a mattonelle bianche e nere ed è privo di ascensore. Si trova a fianco del palazzo di Radio Montecarlo che ora è stato trasformato nel Novotel con un grande parcheggio sotterraneo, a poca distanza dalla stazione ferroviaria. È una zona che si è notevolmente rivalutata con la presenza del nuovo albergo e del residence accanto».
Gli atti notarili attestano che l’alloggio è passato di mano per 330mila euro. Un affare?
«Un grandissimo affare. Quello è il valore di 10 anni fa, prima che fosse introdotto l’euro. Quando ho letto di quella somma, pensavo si trattasse della valutazione fatta al momento del testamento. Si tratta di quello che a Monaco chiamano un “pièce”, una cinquantina di metri quadrati scarsi con sala, angolo cottura, camera, bagno. Dieci anni fa poteva valere due milioni di vecchi franchi francesi. Se poi, come avete raccontato voi del Giornale, è stata fatta una radicale ristrutturazione, indubbiamente il compratore aveva fiutato un affare d’oro».
I lavori sono costati sui 100mila euro.
«Non faccio fatica a crederlo. Il mio amico che abita in zona ricorda che l’impresa ha aperto il cantiere lo scorso gennaio e ha finito a giugno. Tulliani e la sua compagna sono entrati a luglio. Gli operai erano quasi tutti italiani, pochi parlavano francese».
Frequentando Palais Milton, le è capitato di incrociare il presidente della Camera?
«L’ultima volta è stato agli inizi del novembre 2009 e in quell’occasione non mi pareva che l’onorevole Fini fosse così meravigliato, anzi era molto rilassato e disponibile».
Ricorda la data precisa?
«Era durante il ponte dei morti, quando Monaco è piena di italiani in vacanza».
Fini era solo?
«No, con la signora Elisabetta e il cognato. Stavo accompagnando a casa il mio amico quando li abbiamo visti uscire. Ci siamo stretti la mano, un contatto che ricordo molto bene».
Come mai?
«Era una mano ruvida, quasi di un muratore o di una persona che svolge lavori manuali. Mi sono stupito perché mi aspettavo la mano morbida di un manager o di un intellettuale. Comunque il presidente Fini era in gran forma, un bella figura, alto, con un bel giubbotto nero da aviatore, sportivo ma anche molto elegante».
Che cosa vi siete detti?
«Lei sa che la caratteristica del Principato è quella della riservatezza... Abbiamo chiacchierato un quarto d’ora. Gli ho parlato delle condizioni e degli interessi di noi italiani immigrati nel Principato, e gli ho chiesto che faccia qualcosa per noi. Alla fine l’ho ringraziato: complimenti presidente, tenga duro! Ricordo che mentre parlavamo sul marciapiede davanti al portone della palazzina è passata una ragazza in motorino che l’ha riconosciuto subito e anche lei gli ha urlato “Gianfranco non mollare”».
Fini aveva la scorta?
«No e la cosa mi ha sorpreso molto. Mi aspettavo che uno come lui, presidente della Camera, avesse un codazzo di guardie del corpo. Invece erano soltanto loro tre sull’uscio di casa».
Che impressione le fece la terza carica dello Stato?
«Mi è sembrata una delle tante famiglie borghesi italiane che trascorre un fine settimana a Monaco in tutta tranquillità».
Ma l’abitazione di Boulevard Princesse Charlotte non era ancora abitabile, la ristrutturazione è cominciata poche settimane dopo e i mobili sono stati ordinati a gennaio.
«Saranno andati a fare l’ultimo sopralluogo prima dei lavori. Oggi potrei dire che Tulliani avrà fatto vedere alla sorella e all’onorevole Fini come intendeva risistemare l’alloggio». 

Stefano Filippi

Da www.ilGiornale.it  del 15 Agosto 2010

sabato 14 agosto 2010

Montecarlo, il progetto della cucina: tutti i documenti che smentiscono Fini

 

 

Gianfranco Fini, attuale Presidente della Camera dei Deputati

 

Ecco le fatture dei mobili acquistati dalla Tulliani: guarda i documenti

L'ordinazione dei mobili è dell'inizio del 2010. 

Il testimone: "Il presidente era al tavolo con lei e l'arredatore, lavoravano al progetto per quella casa".

Il mobilificio non ha curato il trasporto. Ma la compravendita c'è stata.

Ecco l'arredatore al centro di Roma.

Aderisci alla campagna "Fini dimettiti": aderisci

 

Tutto comincia con un nuovo annuncio di querela da parte di Gianfranco Fini. 
Dopo aver letto sul Giornale che l’anno scorso in almeno due occasioni aveva accompagnato Elisabetta Tulliani in un grande negozio di mobili, dove la sua compagna stava comprando l’arredamento per la casa di Montecarlo, il portavoce del presidente della Camera parla di «ennesima dimostrazione di un delirio diffamatorio», di «ricostruzioni fantasiose basate su improbabili racconti di personaggi che si celano dietro l’anonimato». 
A condire il tutto, appunto, l’annuncio di una querela che non guasta mai.
Peccato che la replica allo sfogo finiano da parte del Giornale non tardi ad arrivare: «In merito alla querela annunciata da Gianfranco Fini, la direzione del giornale conferma il contenuto dell’articolo pubblicato oggi (ieri, ndr): “Fini e signora comprarono i mobili della casa di Montecarlo” e annuncia che sull’edizione di domani (oggi, ndr) pubblicherà fatture, contratti e nome e cognome dei testimoni».
Detto, fatto. Quanto promesso lo trovate su queste pagine.
Testimoni non anonimi che raccontano quello che hanno visto, che ricordano cosa accadeva in quel negozio di mobili alle porte di Roma nell’arco dell’anno passato, dove Elisabetta Tulliani si vedeva spesso e Fini almeno due volte. 
Mica in segreto, alla luce del sole. Testimoni che ricordano come si cercasse uno spedizioniere che portasse «all’estero», oltre ai mobili, anche materiali per ristrutturazioni. 
E poi fatture e progetti relativi a uno degli ambienti arredati, che portano la data dell’inizio di quest’anno.
In coincidenza temporale con quanto affermato da chi si occupò dei lavori di ristrutturazione dell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, 14, nel Principato di Monaco. 
Ossia Stefano Garzelli della Tecab, che a questo quotidiano aveva già raccontato lo scorso 30 luglio di «un legame» tra Giancarlo Tulliani e la società off-shore Timara Limited, proprietaria della casa, poiché il «cognato» di Fini avrebbe seguito personalmente i lavori, che sarebbero cominciati nel 2009 e finiti «sei-otto mesi dopo», ossia «qualche mese fa, parliamo di quest’anno».
Più che «ricostruzioni fantasiose», insomma, ristrutturazioni reali.
Tanto che anche la «rettifica» inviata dal centro arredamenti nel pomeriggio non ha proprio l’aria della secca smentita. «La società Castellucci Maria Teresa, con esercizio in Roma via Aurelia Km 13,400, in relazione alle notizie di stampa apparse su alcuni quotidiani precisa di non aver mai effettuato trasporto o montaggio di mobili acquistati presso il proprio esercizio da Roma a Montecarlo, nell’interesse di Elisabetta Tulliani o suoi familiari o dell’onorevole Fini». 
Una precisazione che il Giornale aveva già anticipato ieri, raccontando sia la «risposta standard» del negozio («la nostra azienda non ha fatto consegne o spedizioni per conto di Fini a Montecarlo») che l’«interpretazione» da parte del testimone: «A quel punto l’azienda cominciò a mettersi in moto per trovare uno spedizioniere disposto a curare un trasporto, delicato e riservato, a Montecarlo». Perché, come detto, non c’erano solo mobili e cucina da spedire oltreconfine, ma anche appunto alcuni materiali per la ristrutturazione.
Tanto da consigliare l’uso di un trasportatore con mezzi più adeguati. E lo sfogo del titolare del negozio non cambia il senso di una virgola: «Un conto è sostenere che il presidente Fini, o i suoi famigliari, sono stati in passato nostri clienti, un altro è dire che per loro conto abbiamo portato dei mobili a Montecarlo, cosa che non è assolutamente vera». 
Quel che conta è se il passato era remoto o prossimo. E dove, adesso, si trovano quei mobili. 

Da www.ilGiornale.it  del 14 Agosto 2010

domenica 8 agosto 2010

Più di 1.500 euro al mese per la «casa dello scandalo»


 I duellanti : Gianfranco Fini e Vittorio Feltri, 
nel mezzo la vicenda della casa di Montecarlo
(inserimento delle immagini e commento sopra sono discrezionali di Alassio Futura)  

La «casa dello scandalo» è un appartamento di 60-70 metri quadri con un piccolo balcone a Palais Milton, in Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo. Ci abita Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, la compagna da cui il presidente della Camera Gianfranco Fini ha avuto due figlie. 

Il canone di locazione è ignoto ma, come ha fatto sapere il legale di Tulliani, Michele Giordano, è «più di 1.500 euro al mese», a cui si aggiungono le spese condominiali.
L'immobile fa parte dell'eredità lasciata ad Alleanza Nazionale da Anna Maria Colleoni, discendente del condottiero bergamasco che nel XV secolo fu il luogo tenente del conte di Carmagnola. Di schiette simpatie fasciste, la Colleoni fu sempre vicina al Movimento sociale italiano e poi ad Alleanza Nazionale, a cui nel '99 lasciò una ricca eredità perché servisse ad alimentare la «buona battaglia». Oltre all'appartamento monegasco finito nella disponibilità di Giancarlo Tulliani, facevano parte del lascito altri immobili a Roma e a Ostia e terreni a Monterotondo, in provincia di Roma, dove la nobildonna viveva.
L'appartamento è stato venduto nel 2008 alla Printemps Ltd, una società offshore con sede a Saint Lucia, un paradiso fiscale caraibico compreso nella lista grigia dell'Ocse come Paese a rischio riciclaggio. La società è controllata dalla Jaman Directors Ltd, un altro veicolo offshore con sede allo stesso indirizzo della Printemps. A metà ottobre dello stesso anno l'immobile passa alla Timara Ltd, che oggi riscuote l'affitto da Tulliani.
L'appartamento monegasco sale alla ribalta della polemica per l'inchiesta avviata dal Giornale di Feltri, che accusa fra l'altro l'allora Alleanza Nazionale di aver rifiutato offerte di vendita più ricche di quella della Printemps.   
Dall'inchiesta del quotidiano diretto da Vittorio Feltri sono nate anche delle denunce contro ignoti, presentate da alcuni esponenti della Destra che chiedono di invalidare il viaggio dell'immobile a bordo delle società offshore in quanto non coerente con la «buona causa» a cui l'aveva vincolato Anna Maria Colleoni.

Da www.ilSole24ore.it  del 08 Agosto 2010

Gianfranco Fini su Montecarlo: "Non ho nulla da nascondere"

 

 Gianfranco Fini durante la conferenza stampa per rispondere alle domande 

insistenti dei giornalisti sull' "affaire" Montecarlo

Il presidente della Camera risponde alle sollecitazioni dei giornali e in otto punti racconta la sua versione dei fatti. E ribadisce la fiducia nella magistratura.

"A differenza di altri non ho l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti"

Sollecitato da diversi quotidiani a dare una risposta sulla questione dell'appartamento di Montecarlo donato dalla contessa Colleoni ad Alleanza Nazionale e rivenduto per 300mila euro, Gianfranco Fini ha pubblicato oggi una nota in cui, in otto punti, racconta la sua versione dei fatti.

"In quasi trenta anni di impegno parlamentare - dice il presidente della Camera - non ho mai avuto problemi di sorta con la giustizia e non ho assolutamente niente da nascondere nè tantomeno da temere per la vicenda monegasca. Pertanto, chi spera che in futuro io sia costretto a desistere dal porre il tema della trasparenza e della legalità nella politica è meglio che si rassegni".

"Un'inchiesta della Magistratura - prosegue Fini - accerterà se sulla vicenda della casa a Montecarlo sono state commesse irregolarità o violazioni di legge. E' la ragione per cui mi sono fino ad oggi limitato ad affermare 'Ben vengano le indagini'. A differenza di altri non ho l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti...".

Gianfranco Fini prosegue nella nota sottolineando che "secondo molti la rilevanza che il caso ha assunto dovrebbe spingermi a chiarire rapidamente, senza attendere interrogatori e rogatorie internazionali, alcuni punti non facilmente comprensibili per l'opinione pubblica. Premesso che il caso è diventato tale per l'ossessiva campagna mediatica dei giornali berlusconiani, che fingono di ignorare che la vicenda non ha ad oggetto soldi o beni pubblici ma solo la gestione di una eredità a favore di A.N., sento comunque il dovere di fare chiarezza per ciò di cui sono a conoscenza". Il presidente della Camera Gianfranco Fini, con una lunga nota fa il punto sulla casa di An a Montecarlo.


"1) L'appartamento di Montecarlo (peraltro di modeste dimensioni) fu valutato, quando venne in possesso di A.N., circa quattrocentocinquanta milioni di lire e per tale valore fu regolarmente iscritto a bilancio. La stima fu fatta dalla societa' che amministra il condominio ed e' stata spontaneamente esibita agli inquirenti insieme con gli altri documenti richiesti.

2) Chi ebbe modo di visitare l'appartamento, l'On. Lamorte e la Sig.ra Marino, mia segretaria particolare, riferirono che esso era in condizioni fatiscenti, inabitabile senza cospicue spese di ristrutturazione.

3) Non corrisponde al vero che siano state avanzate a me o, per quel che mi risulta, all'amministratore Sen. Pontone o ad altri proposte formali di acquisto.

4) Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una societa' era interessata ad acquistare l'appartamento, notoriamente abbandonato da anni.

5) Verificato dagli Uffici di A.N. che l'offerta di acquisto era superiore al valore stimato (trecentomila Euro a fronte di quattrocentocinquanta milioni di lire) e in ragione del fatto che il bene rappresentava unicamente un onere per A.N. (spese di condominio ed altro), autorizzai il Sen. Pontone alla vendita come accaduto altre volte in casi analoghi.

6) Solo per restare nell'ambito dell'eredità Colleoni, alcuni terreni a Monterotondo, un appartamento ad Ostia ed uno in Viale Somalia a Roma furono venduti in tempi diversi con le medesime modalita'. In nessuna occasione, a partire dalle assemblee nazionali convocate secondo statuto per l'approvazione dei bilanci, alcun dirigente di A.N. contesto' o sollevo' perplessita' sulle avvenute vendite essendo evidente che la "giusta battaglia" cui faceva riferimento il testamento consisteva nel rafforzamento del partito anche attraverso nuovi introiti finanziari e non certo attraverso l'utilizzo di terreni o appartamenti (specie se all'estero) non necessari all'attivita' politica.

7) La vendita dell'appartamento e' avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al Notaio Aureglia Caruso e sulla natura giudica della societa' acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla.

8) Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento". La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite" conclude il presidente della Camera.


Da www.tg24.Sky.it  del 08 Agosto 2010